Giubileo Straordinario della Misericordia: la risposta della Chiesa a terrorismo e guerra

Dopo gli attacchi di Parigi e le settimane di tensione che ne sono seguite i leader dei più grandi paesi di tutto il mondo hanno fortemente reagito di fronte alla minaccia jihadista nei modi più diversi…

1. Hollande, presidente Francese, avendo bisogno di mostrare forza al suo popolo, ha cominciato bombardamenti massicci sulla Siria cercando alleanze in tutto il mondo.

2. Obama, presidente statunitense, ha dichiarato che l’Isis sarà estirpato dalla faccia della terra ma poco ha cambiato rispetto a quanto ha fatto sinora.

3. Merkel e Cameron, presidenti tedeschi e britannici, si sono accodati ai bombardamenti francesi seguendo le richieste di Hollande.

4. La NATO non fa niente.

5. Putin e Erdogan, presidenti russi e turchi, hanno deciso di usare l’Isis per farsi la guerra tra loro.

6. Renzi, presidente italiano, “non segue i bombardamenti altrui”.

7. Michel, presidente belga, ha fatto finta per 10 giorni di bloccare il suo paese alla ricerca di terroristi che, non essendoci confini, probabilmente se ne erano da giorni già andati via incontrollati.

8. Assad, presidente siriano, non si muove da dov’è.

Tutto questo evidenzia l’inadeguatezza delle reazioni di chi comanda il mondo che finge di non vedere che parte della sfida si gioca anche qui in Europa, tra le nostre case. I terroristi francesi erano europei! La sfida di una giusta integrazione la giochiamo qui noi!

L’unico che sembra averlo capito è Papa Francesco che, alle minacce che arrivano dal terrorismo e ai continui atti di guerra che si susseguono in questi giorni, risponde con il Giubileo Straordinario della Misericordia: un anno straordinario in cui al centro del nostro agire sia la misericordia, il perdono. 

Fa strano parlare di perdono in questo periodo storico no?!

A conferma di ciò, dopo quella di Bangui nella Repubblica Centroafricana, la prima Porta Santa aperta in Italia è stata infatti quella dei carcerati. 

Durante la celebrazione tenuta stamattina Papa Francesco ha detto: “Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio, e in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della sua misericordia…abbandoniamo ogni forma di timore è paura perché non si addice a chi è amato; viviamo, piuttosto, con la gioia dell’incontro con la grazia di uno che è amato.”

In questo stesso blog, reagendo ai fatti di Parigi, ci chiedevamo cosa sarebbe stato di noi se fossimo nati a Raqqa, capitale dell’Isis…siamo forse per natura migliora di loro?

Ecco che il Papa dà una risposta a questo quesito valida per tutti: “la chiesa tiene le porte aperte per tutti!”

Sarebbe bello se in un anno, che non è poco tempo, raggiungiamo l’obiettivo di riappacificarci con parenti e amici con i quali, per ragioni più o meno nobili, non parliamo da tempo. 

Non è forse anche più bello e interessante usare i fatti di Parigi in questo modo?!

Smettiamo di decidere se sia giusto bombardare o meno la Siria a chi ha il potere di farlo e cambiamo il mondo con il nostro solo modo di vivere, questo sembra dirci Papa Francesco.

È possibile perdonare chi ci ha fatto un torto?! 

È possibile trattare l’altro come un Bene?!

Non vuol dire forse questo poi l’auspicio pluricitato in queste settimane “difendiamo i nostri valori”?!

E allora daje proviamoci…buon anno della Misericordia a tutti!

Dialogo tra un bambino e la sua mamma sotto le bombe di Raqqa

In questi giorni, a seguito dei tragici fatti di Parigi, io, così come chiunque, superato l’orrore e la rabbia per quanto accaduto, ho iniziato a pormi la domanda…e allora adesso? Cosa possiamo fare per fermare questi pazzi? 

Hollande ha risposto per noi iniziando bombardamenti massicci contro lo Stato Islamico e la sua capitale, Raqqa. Una parte di me è totalmente d’accordo perché pensa che la guerra contro l’Isis sia “solo” un atto legittimo di difesa ma un’altra, sarà anche per paura, mi ha portato a pensare a un bambino nato a Raqqa che non vede nulla se non degli aerei che gli bombardano la casa e non sa nulla se non quello che gli dicono i suoi genitori..ecco allora un dialogo ho immaginato tra lui e la sua mamma:

“Mamma scusami…posso chiederti una cosa?”

“Certo piccolo!”

“Perché ci sono tutti quei lampi nel cielo, e poi anche tutte quelle esplosioni e quel fuoco che non smettono mai…?!”

“Piccolo mio…ci sono persone nel mondo che fanno cose brutte e non vogliono che noi siamo felici”

“Perché non vogliono che siamo felici mamma?”

“Perché pensano che siamo cattivi”

“Ma noi siamo cattivi mamma?”

“No figlio mio no che non lo siamo…siamo semplicemente fedeli alla sacra legge musulmana ma molti, in questo mondo, non la capiscono e pensano sia malvagia”

“E hanno ragione mamma?”

“No figlio mio non hanno ragione, sono loro i cattivi, li chiamiamo infedeli perché non credono e non seguono la legge dell’unico Dio…Allah!”

“Ma papà non è mai a casa per colpa loro?”

“Si…il tuo papà è forte e coraggioso e combatte per difenderci e per andare in paradiso!”

“Mamma….ma secondo te anche io posso diventare come papà? Vorrei tanto essere coraggioso e forte come lui!”

“Lo sei già bello mio!”

“Mamma senti posso dirti un segreto….? A me quei lampi nel cielo e quei botti però fanno tanta paura…”

“Anche a me piccolo anche a me, ma non temere, siamo noi i buoni e alla fine vinceremo!”

“Mamma senti…ma visto che papà non c’è, posso dormire nel letto con te?”

“Certo piccolo mio vieni qui dalla tua mamma, sei al sicuro qui…”

Io, come tutti, voglio che l’Isis e il terrorismo vengano fermati e non ho la pretesa di dire come si possa fare (se vi interessa questo tema è pieno di pseudo-esperti in giro che ne han parlato)…la sola cosa che mi viene in mente però, osservando la veemente e naturale reazione del governo francese da un lato, e immedesimandomi in un bambino nato dentro lo stato islamico dall’altro, è che io non sono migliore di lui ma sono solo stato più fortunato a nascere a Milano. 

Non sarebbe forse bello però che anche per lui, così come per un bambino nato a Parigi, a Milano, a New York, a Mumbai o in Nigeria, ci sia una possibilità di salvezza in questo mondo…?! 

La guerra però questa possibilità te la toglie.

Lo stagista inaspettato e la dignità del lavorare

Non vincerà certamente un Oscar e difficilmente passerà alla storia del cinema ma “Lo Stagista Inaspettato”,  commedia diretta da Nancy Meyers con attori del calibro di Robert de Niro (Ben Whittaker) e Anne Hateway (Jules), racconta e ironizza su un tema, il lavoro e il rapporto capo-dipendente, in maniera decisamente sorprendente e efficace.

Chi di noi infatti, durante le sue giornate lavorative in ufficio, riesce a non lamentarsi se il suo capo non gli dà abbastanza responsabilità o non gli dedica le attenzioni che pensa di meritare?!

Chi di noi, durante le sue giornate lavorative in ufficio, ha in mente che, qualsiasi attività abbia da fare, semplice o stimolante che sia, essa è comunque funzionale al raggiungimento di uno scopo?! 

Chi di noi, durante le sue giornate lavorative in ufficio, si prende a cuore i problemi e le difficoltà dei colleghi che gli stanno attorno?!

Chi di noi, durante le sue giornate lavorative in ufficio, quando vede il suo capo affaticato o preoccupato, lo supporta semplicemente stando con lui di fronte alle problematiche quotidiane?!

Chi di noi, durante le sue giornate lavorative in ufficio, pensa di poter contribuire attivamente al miglioramento dell’azienda e non lascia questo obiettivo solo ai suoi manager di turno?!

Chi di noi, durante le sue giornate lavorative, percepisce la grande dignità che l’atto del lavorare in sè contiene?!

Chi di noi, durante le sue giornate lavorative in ufficio, riconosce e valorizza i talenti e le qualità di chi ha attorno invece di tentare in ogni modo di apparire migliore di loro?!

Ben Whittaker, settantenne pensionato che viene assunto come stagista in una emergente società online nel settore della moda diretta e fondata dalla bella Jules, mostra come persino uno stagista possa permettere la crescita e il miglioramento dell’azienda in cui lavora.

Ad essere sorprendete è però la modalità in cui questo obiettivo viene raggiunto: Ben infatti non sa praticamente nulla di computer o di negozi online ma, grazie a tutta la sua esperienza di vita, è in grado di guardare alla sua realtà lavorativa e a chi gli sta incontro con un occhio diverso rispetto ai suoi più giovani colleghi. In tal modo, sebbene inizialmente non gli dessero nulla da fare, grazie al suo occhio attento è riuscito ad esaltare le qualità e i talenti di chi gli stava attorno al punto tale da creare un clima di ufficio di reale amicizia, con le ovvie conseguenze di miglioramento delle performance che ne è conseguito. 

Tutto ciò ci porta a riflettere su quanto il lavoro ci nobiliti e ci permetta di sentirci utili ed importanti.

Bella infatti l’idea di usare come protagonista un uomo che il mondo di oggi pare ritenere inutile perché troppo anziano e lento…quanti uomini e quante donne, dopo tanti anni di lavoro e dopo essere diventati dannatamente bravi a farlo, vengono messi da parte perché giudicati inutili? Con quanta facilità la società che ci circonda, senza troppi ringraziamenti per il contributo apportato in passato da questi uomini e da queste donne, li mette da parte invitandoli a starsene a casa? 

Chi scrive ha da poco iniziato a lavorare e trova decisivo per le aziende di oggi che giovani e uomini e donne con più esperienza imparino a convivere tra loro. In questo modo, mixando l’energia e le idee dei primi, con l’esperienza e la serenità imparate da una vita in trincea di fronte ai problemi di ogni giorno dei secondi, vi é la reale possibilità che le società crescano. Ma ancora di più si può evitare che i giovani dilapidino le conquiste di chi li ha preceduti, facendo così in modo che imparino da loro non solo le competenze ma anche come approcciarsi ai problemi, mentre, allo stesso tempo, i più anziani si vedano trattati non più come un inutile peso della società ma sentano la responsabilità di formare le nuove generazioni.

Che una simpatica commedia di un paio d’ore tocchi tutte queste tematiche e susciti queste reazioni la rende certamente meritevole di essere vista non pensate?!

Aylan: scusaci tanto e grazie…

Aylan…

Scusaci perché l’Europa e noi europei non siamo come avevi sognato;
Scusaci perché i nostri presunti “problemi” ci portano a non dare valore alla vita che abbiamo;
Scusaci perché sono mesi che litighiamo elencando pro e contro dell’immigrazione come si trattasse di discutere i risultati dell’ultima partita del campionato di calcio;
Scusaci per il nostro dannato cinismo;
Scusaci perché non abbiamo fatto nulla per salvare la tua casa a Kobane;
Scusaci perché a tre anni non si deve essere obbligati a scappare di casa e salire su un gommone per sopravvivere;
Scusaci per averti sbattuto in tutte le prime pagine del mondo soltanto oggi;
Scusaci perché non valevi meno di noi;
Scusaci perché, come Europa e come europei, ti abbiamo lasciato morire prima di accorgerci del valore che avevi.

Grazie perché, dando la vita per venire da noi, ci fai riscoprire l’enorme valore di quel che abbiamo;
Grazie perché ieri lavorare è stato completamente diverso;
Grazie perché il dolore di averti visto ci fa desiderare di non lasciare ad altri il compito di costruire un mondo migliore ma ci spinge a voler contribuire a farlo anche noi, nel piccolo della nostra quotidianità;
Grazie perché “l’urlo del tuo corpicino che giaceva a terra” ha scosso il mondo più di quanto sinora abbiano fatto discorsi, articoli e dibattiti in ogni angolo della Terra;
Grazie per averci fatto aprire gli occhi: fino ieri nessuno vi voleva mentre oggi la speranza di un’Europa capace di accoglienza è più viva.

Ora però Aylan, Galip e tutti voi uomini, donne e bambini di cui non sappiamo nomi e storie e che non siamo riusciti a salvare, nostro “compito” è non fermarci al solo contraccolpo sentimentale che avete generato, ma è “usare” questo dolore e questa tristezza per andare oltre i semplici discorsi che abbiamo fatto sinora: basta facili populismi e discorsi da bar!

Non siamo solo italiani, francesi, tedeschi, siriani…siamo tutti cittadini di questo stesso mondo e abbiamo tutti lo stesso desiderio di felicità: è arrivato il momento di smettere di chiederci se sia giusto o sbagliato salvare e aiutare questa gente, ma di discutere solo di come farlo, e se potranno esserci dei rischi anche per noi beh…credo valga la pena correrli.

Giubileo della Misericordia o Stati che costruiscono muri: da che parte stiamo?

L’Ungheria costruisce un muro lungo il suo confine con la Serbia;
Gli Stati Uniti col Messico lo hanno già da tempo;
La Gran Bretagna dice che non solo non vuole immigrati, ma che persino gli studenti europei, terminati i loro studi, se ne devono tornare ai rispettivi paesi d’origine;
L’Austria rafforza i controlli di polizia sui confini nazionali;
Chris Christie, candidato alla presidenza degli USA, promette che, se sarà eletto, risolverà il “problema dei migranti” tracciandoli come pacchi della FedEx.

Si poteva sperare forse che la globalizzazione portasse a una cancellazione delle frontiere e invece, al primo “casino”, vediamo ogni paese pronto a richiudersi dietro le sue quattro mura: magari con il tempo cambieranno idea ma la reazione, il contraccolpo, che hanno avuto praticamente tutti di fronte al problema è stato di volerlo eliminare facendo finta quasi che non esista.

Evitiamo di scandalizzarci però perché chi di noi può affermare con certezza che non farebbe e non fa cosi di fronte alle difficoltà in cui incorre nelle sue giornate?!

Chi di noi realmente pensa di aver meritato di vivere un’esistenza più “facile” di quella di uno di quegli uomini che hanno abbandonato la loro casa per fuggire dalla guerra?

Fa specie che proprio per l’anno prossimo il Papa abbia indetto il Giubileo Straordinario della Misericordia: anno durante il quale la Chiesa Cattolica si apre totalmente al mondo e a tutti i suoi cittadini attraverso gesti concreti:
– Le donne che hanno abortito potranno essere totalmente assolte;
– I detenuti che, pur meritevoli di pena, si sono realmente pentiti e desiderano inserirsi di nuovo nella società portando il loro contributo onesto riceveranno una grande amnistia;
– Ogni carcerato potrà avere l’indulgenza plenaria.

Proprio nel periodo storico in cui ciò che conta siamo solo noi stessi e la nostra riuscita nelle cose che facciamo (a lavoro, nello studio, a casa…), il Papa propone una soluzione diversa: propone la possibilità di ripartire per tutti, sempre, qualsiasi cosa sia accaduta.

Si tratta di un modo di guardare al dramma di un uomo in modo totalmente diverso da quello che i paesi stanno avendo nei confronti dei migranti (sembra quasi che tutti dicano: “si si potete ripartire e continuare a vivere ma non qui da me…”).
Si tratta però di un modo di vivere profondamente diverso anche da quello che nella maggior parte del tempo viviamo anche noi “uomini normali”: quante volte ad esempio, quando sbagliamo o le cose non vanno come pianificato, ci sentiamo infatti dei falliti senza possibilità di ripartire al punto che non riusciamo neppure a guardarci in faccia?!

Cattolici o meno che siate sarete d’accordo con me nel giudicare perlomeno “originale” l’atteggiamento che il Papa sta proponendo al mondo.

Allora, ora che è arrivato Settembre e la solita routine è ricominciata, quando ci troviamo di fronte a una situazione “scomoda” o brutta non ci resta che scegliere tra due atteggiamenti.

Si potrebbe rifiutare il problema restando chiusi nei nostri pensieri andando giù di morale finché il tempo non laverà via tutte le ferite, oppure si può smettere di guardarsi come dei falliti e ripartire: il Papa ha tracciato questa seconda via che personalmente trovo affascinante e che valga la pena tentare di seguire.
Voi?

Grexit: noi persone “normali” siamo così diverse dalla Merkel?

A due giorni di distanza ormai dalla drammatica maratona svoltasi a Bruxelles dai leader europei per affrontare il problema della Grecia, è forse ancora difficile dare un’opinione significativa, che apporti cioè un valore aggiunto, a quanto su tutti i giornali, in Italia e non solo, in questi giorni si è scritto sul tema.

Dopo lo sbigottimento iniziale e l’accusa quasi unilaterale all’atteggiamento despota tenuto dalla Germania tramite la sua cancelliera e soprattutto il suo ministro delle finanze Shauble, ha iniziato infatti a emergere anche la voce di chi, una volta che l’accordo è stato raggiunto, contesta il prestito alla Grecia perché “quelli sono anche soldi nostri”.

Non mi sembra questo però il luogo più adatto per dare un giudizio definitivo su quanto accaduto, anche perchè non mi sentirei neppure in grado di farlo, mentre trovo valga la pena sottolineare che atteggiamento, anche tra le persone comuni, questa vicenda ha messo in luce. 

L’atteggiamento tedesco e dei paesi nordici ad esso alleati, Finlandia in primis, ha chiaramente evidenziato come la principale preoccupazione di questi stati fosse la loro salvaguardia interna (come al solito mi verrebbe da dire: si pensi ad esempio a quanto sola ad esempio è stata lasciata l’Italia a gestire il problema dell’immigrazione nel Mediterraneo). L’impressione è che sempre, in Europa, ogni paese segua unicamente i suoi interessi e non ricerchi un bene comune: chi riesce oggi a definire l’Europa ancora unita? Al sogno dei padri fondatori è stato inferto quasi un colpo mortale, l’ennesimo, la scorsa domenica. 

La cosa che però personalmente mi preoccupa di più non è il potere della Germania: oggi sono loro i più forti, fra dieci anni chissà…ma è che lo stesso atteggiamento tenuto dalla cancelliera Merkel è riscontrabile nella vita di tutti i giorni anche tra noi persone “normali”. 

Chi di noi cerca mai nella sua giornata di comportarsi per contribuire al bene comune?! 

A lavoro, ad esempio, è rarissimo trovare persone che non vivano con il solo obiettivo di fare il minimo indispensabile richiesto dalla loro attività e che abbiano la voglia di collaborare insieme ai colleghi per raggiungere un obiettivo comune. Quante volte, non solo si crea un clima di tensione, ma sembra quasi di far parte di aziende diverse e concorrenti anche se in realtà si lavora magari solo in uffici diversi all’interno della stessa società? 

La medesima identica cosa accade poi in moltissimi altre situazioni a tutti note: 

Chi, ad esempio, in una riunione di condominio cerca il bene comune e non solo il suo?! 

Chi è disposto a non imporre costantemente il suo “modo di vedere le cose” e riesce ad aprirsi a un dialogo vero e costruttivo con chi ha di fronte?!

Non vorrei sembrare moralista per cui non fraintendetemi: è giusto che uno cerchi di essere felice e se può apportare dei benefici in qualche modo alla sua vita deve farlo! Sempre più però il mondo, oggi, sembra mostrare che per guadagnare qualcosa si debba necessariamente toglierlo ad altri. Questo però a me sembra un  modo miope di vivere perché, chi più chi meno, abbiamo sperimentato tutti come la vita sia un alternarsi di circostanze favorevoli e altre meno per cui, se questo sistema regge, arriverà il momento in cui troveremo uno che, per raggiungere la sua felicità, tenterà di sottrarci alcuni dei benefici che ci siamo conquistati (magari questo prima o poi capiterà anche alla Merkel chissà…).

Un sistema costruito su questo paradigma non funziona! Personalmente dunque trovo che il modo per cambiare veramente le cose non siano le riforme di Renzi o di Tsipras, ma sia trattare gli altri e le circostanze che capitano per la verità che sono, agendo e vivendo con il desiderio di contribuire a un bene comune e non solo a uno meramente personale, con la speranza che, cercando il bene di tutti, un uomo lo ottenga anche per sé. 

Grexit: il fallimento di una Unione Europea che ha dimenticato le sue origini

La notizia di apertura di tutti i notiziari riguarda la rottura delle trattative tra la cosidetta Troika (BCE, FMI ed Eurogruppo) e il governo greco guidato dal premier Alexis Tsipras.

Ma cosa sta realmente succedendo e che cosa c’è effettivamente in ballo dietro la “tragedia greca” che si sta consumando in queste ore?

Senza voler entrare nei dettagli economici,  anche un bambino capirebbe che se la Grecia, per ridare 1,6 miliardi al FMI, necessita di un prestito di 7,4 miliardi, c’è qualcosa che non quadra. Come mai allora si è arrivati a un muro contro muro, con Tsipras che ha giudicato “inaccettabili” le condizioni imposte dalla Troika per continuare a sostenere l’economia ellenica?

Il piano di aiuti alla Grecia ebbe inizio nel 2010, con aiuti da parte della UE, attraverso il pacchetto salva-stati (EFSF, European Financial Stability Facility) dell’Unione Europea. Per ottenere questi aiuti, ai governi che si sono da allora succeduti alla guida della Grecia, sono stati chiesti pesanti sacrifici. Tagli alle pensioni, privatizzazioni, tagli ai salari e al numero dei dipendenti pubblici, revisioni della spesa in ogni settore dei servizi erogati dallo stato. La disoccupazione veleggia stabilmente oltre il 25%, e il PIL greco è in continua picchiata. Si capisce bene quindi perché molti greci siano esasperati dalle continue richieste di rigore imposte dall’Europa.

D’altra parte, l’Unione Europea sostiene che  non si può rinegoziare o fare sconti al governo greco. Politiche scellerate del passato hanno condotto la Grecia sull’orlo del baratro dove si trova ora. È quindi evidente a tutti che sono necessarie profonde riforme. Per esempio, è assurdo che l’età pensionabile si attesti intorno ai 55 anni. E se si rinegoziasse il debito greco, cosa direbbero gli altri stati (Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda) sottoposti anche loro negli anni passati a pesanti sacrifici?

A mio parere, la radice del problema esula dall’aspetto meramente economico-finanziario. È un problema di ragionevolezza. Infatti, credo sia irragionevole pensare di imporre ulteriori sacrifici a uno stato in cui il 25% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Autorevoli fonti all’interno del Fondo Monetario Internazionale stimano che allo stato attuale, con le politiche imposte dalle UE, alla Grecia servirebbero 60 anni per tornare ad avere il PIL che aveva prima della crisi. 60 anni! Come può un governo accettare queste condizioni per il suo popolo?

Bene ha fatto Tsipras a giudicare “irricevibili” le proposte della Unione Europea. Con un po’ di ragionevolezza in più, il problema potrebbe essere risolto. Magari prolungando le scadenze delle rate del debito greco, o per esempio scontandone una parte. Mi ricordo negli anni scorsi quanti concerti, quanti volti noti del panorama internazionale, si spendevano per la cancellazione del debito ai paesi in via di sviluppo. Quante di queste celebrità hanno speso una parola sulla situazione greca?

La realtà è che manca da parte della UE la volontà politica di venire incontro al dramma di un popolo ridotto in stato di povertà. E una politica che non guarda in faccia le persone ma, al contrario, è più preoccupata di uno 0,07% di differenza sul gettito dell’IVA, è una politica che non mi appartiene, ma soprattutto è una politica che ha tradito lo spirito fondativo della Unione Europea. Una Europa come quella di oggi è dannosa e non serve a nulla.

I padri fondatori della UE, il Beato Robert Schumann, Konrad Adenauer, e anche Alcide De Gasperi, furono dei veri rivoluzionari. Ebbero infatti l’idea di unificare ciò che, lungo i secoli, era stato motivo di litigio e guerre tra Francia e Germania: le regioni  dell’Alsazia, della Lorena e della Ruhr, ricche di materie prime chiave, quali il carbone, furono gestite in comune dal punto di vista produttivo. Da lì sarebbe nata la CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, antenata della odierna Unione Europea.

Oggi invece assistiamo ad una deriva tecnocratica e burocratica delle Istituzioni Europee, molto più attente a mantenere il loro potere acquisito e al limite a controllare che i vari stati “facciano i compiti a casa”. Proprio per questo a Tsipras va tributato un grande coraggio per avere affermato che “non vogliono cacciare la Grecia dalla UE, volevano cacciare questo governo”.

A tale proposito, bisognerebbe ricordarsi di quanto accaduto in Italia nel 2011, quando Berlusconi si dimise per fare posto al “salvatore della Patria” Mario Monti e al suo (pessimo) Governo dei Tecnici, tra cui ricordiamo il Ministro Fornero e tutti i disastri da loro combinati nel nome del “ce lo chiede l’Europa”. È interessante ricordare come gli eventi di quel Novembre burrascoso, con lo Spread oltre quota 500 e l’Italia sotto attacco della speculazione internazionale, furono segnati dalle dimissioni di Silvio Berlusconi. Con un particolare non secondario: le dimissioni arrivarono la sera del 12 Novembre. Il giorno prima, il titolo di Mediaset aveva perso il 12%. Pura coincidenza? A voler pensare male, si potrebbe dire che la UE cercava un “killer politico” che potesse applicare le riforme imposte dall’Europa e che Berlusconi non avrebbe potuto applicare. Probabilmente lo stesso gioco che i burocrati di Bruxelles hanno tentato di portare avanti nei confronti del Governo greco. Di fronte a questo, bisognerebbe solo applaudire un capo di governo che ridà, attraverso il referendum del 5 luglio, la sovranità al popolo. E fanno quasi sorridere le reazioni dell’Eurogruppo Dijsselbloem a riguardo: “il referendum è una scelta di chiusura triste”. A questo signore olandese dal nome impronunciabile, verrebbe da chiedere che leggitimazione popolare ha per poter affermare una cosa del genere. La risposta, scontata, è nessuna. Nessun cittadino europeo ha mai votato per eleggere né lui, né alcuno dei membri della Commissione Europea. Eppure questi organi incidono fortemente sulla vita di ogni cittadino dell’Unione Europea.

In conclusione, io credo fortemente che per fare fronte agli scenari geopolitici e alle sfide che si prospettano nel futuro, sia necessaria più Europa, più integrazione. La crisi umanitaria nel Mediterraneo, la lotta al Terrorismo internazionale, la crisi Ucraina, dimostrano come solo una Europa unita possa fare sentire la sua voce all’interno della comunità internazionale. Purtroppo ad oggi l’Europa non ha ancora dimostrato questa unità che, allo stato attuale, rimane solo sulla carta. Una unità che non può prescindere da una concezione che abbia al centro le persone e non, come purtroppo accade oggi, i vincoli  di bilancio e la burocrazia.

Immigrazione: è il “coraggio” a mancare all’Europa!

Dopo le “grandi” tragedie del mare che ci sono state gli scorsi mesi si è sentito lungamente parlare del “problema dei migranti” (da notare come già nel modo di definirli come “problematici” ci sia una distorsione significativa di quanto sta accadendo). Abbiamo per settimane infatti ascoltato grandi capi di stato europei definire il “problema dei migranti” come non solo italiano ma europeo.
In fondo in fondo devo ammettere che ho creduto possibile che, dopo fatti cosi drammatici, fosse possibile un ritorno ai veri fondamenti e ai veri valori su cui era nata l’idea di un’Unione Europea: dopo la seconda guerra mondiale, vista la tragedia appena vissuta, i capi di stato dei paesi coinvolti sono stati capaci di mettere da parte le loro ambizioni personali per costruire un’Europa che avesse come unico obiettivo il Bene Comune e dunque la Pace.
Fa specie vedere oggi che, passato il contraccolpo sentimentale post-tragedia del mare, una volta chiamati alla prova dei fatti, ogni paese di questa presunta unione abbia iniziato a pensare unicamente ai c**zi suoi:
c’è chi vuole fornire mezzi navali ma i migranti non li vuole manco vedere;
c’è chi organizza marce a difesa della libertà e della cultura europea e poi lascia 170 migranti sugli scogli perché se entrano il paese esplode;
c’è anche chi vuole costruire un muro di 4 metri per non fargli entrare questi migranti problematici;
c’è chi in Italia parla di ruspe o invece spara ai quattro venti un “facciamo da soli” come se realmente noi potessimo mettere a posto il “problema dei migranti”.

Sarebbe troppo facile ridurci però unicamente a criticare la nullità di azione che sta dimostrando chi in Europa in questo momento ha potere, innalzandoci a presunti paladini di etica e moralità.

Chi di noi non vede infatti nei migranti una scocciatura?!
Chi di noi non ha mai pensato che sia ingiusto dare a loro dei benefici quando anche noi non è che ce la stiamo un granché spassando?

Stamattina Mario Calabresi, direttore de “La Stampa”, scrive: “Nel tempo in cui sembra aver voce un pensiero unico, che zittisce ogni differenza e ogni sensibilità con la ruspa o con la cruda contabilità, c’è rimasto un uomo che caparbiamente parla di persone e di umanità. Papa Francesco ci ricorda che siamo donne e uomini, che abbiamo dei diritti, ma anche dei doveri verso chi è troppo piccolo o troppo anziano, troppo malato o troppo debole per stare in piedi da solo. Il pensiero unico dominante accetta «l’economia dello scarto», che mette in un angolo chi non ha lavoro e chi non è produttivo, così come predica la chiusura all’interno delle proprie identità e dei propri confini”.

Queste parole verranno certamente lette da tutti come “cosa buona e giusta” ma viene spontaneo chiedersi come si possa mettere in pratica un pensiero diverso dal pensiero dominante?
Si può contribuire a combattere, durante le nostre giornate, l’economia dello scarto?

Sempre il Papa ieri a Torino, parlando a giovani e non solo, ha fornito un’ipotesi di via da seguire per rispondere a queste giuste domande: “Per stare bene non si può stare fermi ad «aspettare la ripresa», mettersi in panchina («o in pensione a vent’anni»). Dovete vivere, non vivacchiare! Osate, siate coraggiosi!”.

L’impressione è che sia proprio il coraggio a mancare quando pensiamo ai migranti solo come numeri da gestire o come a un costo da pagare piuttosto che a uomini in ricerca di un luogo in cui essere contenti.

Spesso si sente dire che la Chiesa deve farsi i fatti suoi e lasciare la politica ai politici o agli uomini “normali”. Quando si parla di cose che toccano però il desiderio di stare bene degli uomini la sola istituzione in grado di porsi in un modo originale e che ha realmente a cuore il bene degli individui è la Chiesa e questo è un fatto oggettivo e innegabile.
Possiamo anche tenerlo nascosto se ci vergogniamo di dirlo perché non è di moda ma forse vale la pena per tutti, Cristiani e non, iniziare con coraggio a seguirla.

Il decalogo del condomine assatanato

Vivi in un condominio o hai intenzione di trasferirtici presto? Questo articolo allora fa per te: ecco da chi ti devi guardare!

Il condomine assatanato la mattina si alza e prende un Vivident Xylit: già sa che dovrà litigare e fare la voce grossa con qualcuno nel palazzo;

Il condomine assatanato non ha figli, odia chiunque ne abbia e ha in Beppe Grillo la fonte d’ispirazione delle sue incazzature;

Il condomine assatanato ha come scopo di vita impedire a chiunque sotto i 16 anni di età di giocare a pallone, a nascondino o a qualsiasi altra cosa nel parchetto del condominio, ovviamente per la loro sicurezza…

Il condomine assatanato il sabato e la domenica, sotto le note di un Beethoven a tutto volume, passa l’aspirapolvere a rotelle muovendola fragorosamente avanti e indietro sulle piastrelle di casa sua alle 7.30 del mattino, con l’obiettivo educativo di svegliare tutti gli scansafatiche che abitano sotto di lui e insegnargli come si fa vivere;

Il condomine assatanato ordina la spesa su internet perché deve sempre garantire la sicurezza del palazzo e dunque non può mai allontanarsi da esso: immaginate quanti, sapendo che lui non c’è, sfrutterebbero l’occasione per scrollare le tovaglie piene di briciole giù dal balcone!

Il condomine assatanato è il peggior nemico degli escrementi di cane: quando vede una cacca di cane per strada lui non si schifa ma gioisce, la raccoglie, la analizza e risale al proprietario che non l’ha raccolta. In tal modo può dar luogo a scenate epiche e teatrali rigorosamente fatte davanti al maggior numero possibile di condomini per “aiutarli” così a riconoscerlo come il paladino della legge che hanno sempre sognato di avere accanto a loro;

Il condomine assatanato conosce mogli e amanti di ogni persona nel suo palazzo: prima o poi si paleserà infatti l’occasione di usare queste informazioni come minacce e ottenere in cambio il posto-auto che lui si è sempre meritato;

Il condomine assatanato non salta mai nessuna assemblea condominiale, tiene le presenze e, identificati coloro che non si presentano mai, li contatta uno ad uno per farsi firmare la delega che gli permette di votare per loro;

Il condomine assatanato alle assemblee condominiali lo riconosci subito: in mezzo a tutta la gente annoiata che vorrebbe essere in qualsiasi altro posto meno che lì, c’è sempre uno che, con gli occhi iniettati di sangue e le vene pronte a esplodere, è disposto a uccidere pur di avere la tenda sul terrazzo delle dimensioni che vuole lui.

Immigrazione: Esempio di una Società che Regredisce

E’ passato oltre un mese dal 19 Aprile scorso, domenica in cui è avvenuta “la più grande tragedia del Mediterraneo”, nella quale oltre 900 persone hanno perso la vita nel tentativo di giungere sulle nostre coste.
Per giorni su ogni giornale il tema è stato posto in prima pagina e, in modo unanime, i grandi d’Europa hanno più volte sottolineato come l’Unione Europea effettivamente avesse fatto poco sino allora per evitare che drammi del genere accadessero.
Sinceramente tutti, dai premier dei vari paesi per arrivare sino agli organi di stampa e a noi comuni cittadini, sembrava fossimo realmente stati toccati da quel dramma.
A distanza di un mese e mezzo circa invece, è diventato evidente come ciò che è rimasto di quella tragedia, oltre che di quelle che sono avvenute prima e dopo di essa, sia forse solo il numero di vittime e qualche moralistico discorso su cosa sarebbe giusto fare.

In Europa si sono usate le ultime settimane infatti per discutere nel pratico unicamente di due proposte:

1. Distruggere i barconi prima che partano (come se cosi tutti i problemi di quei “pazzi” che li prendono rischiando di morire venissero risolti).

2. Le famigerate “quote migranti”: quel sistema che cioè obbligherebbe tutti gli stati dell’Unione a “prendere”, manco fossero pastiglie per il mal di testa, un certo numero minimo di migranti, diminuendo così il peso della loro accoglienza e integrazione che altrimenti sarebbe unicamente sulle spalle dei paesi di sbarco, Grecia e Italia.
La cosa singolare è che non solo alcuni paesi, Francia, Germania e Inghilterra su tutti, non sono per nulla a favore di questa “accoglienza”, ma anche che tutti gli altri, di fronte alla guerra e alla fame che spinge quegli uomini e quelle donne a rischiare la vita per venire in Europa, riescono a ragionare solo su come “spartirsi quelli che sopravvivono” e “impedire altre brutte domeniche in cui si sente al telegiornale di tragedie nel mare”.

Devo riconoscere che tutti forse ci sentiamo un pò a disagio parlando di questa tematica perché, sebbene accada sulle nostre coste, è lontana e con la nostra realtà quotidiana non ha nulla a che fare.
Chi di noi però, se si immedesima in uno di quei migranti, non prova per loro un sentimento perlomeno di tenerezza?
Chi di noi però vorrebbe essere trattato come un numero, una quota da spartire?
Chi di noi però, fuggendo dalla guerra, vorrebbe che questo gli venisse impedito?

Oggi il cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, parlando di questo argomento ha detto: “Il sistema delle quote per i migranti non è umano. L’Europa finora non ha avuto un programma per le immigrazioni. È sempre stata a rattoppare le urgenze. Adesso hanno fatto le quote per i rifugiati ed io trovo questa decisione veramente poco umana e poco cristiana. L’immigrazione è un problema che bisogna affrontare non nell’emergenza: bisogna avere un programma. Questa, infatti, è una realtà che c’è e ci sarà sempre di più. Quali sono le cause delle immigrazioni e le cause dei rifugiati? Per le migrazioni, la povertà; per i rifugiati, le guerre. Finché ci saranno povertà e guerre nulla cambierà”.

Ecco uno che guarda per davvero al dramma di quegli uomini e quelle donne che si imbarcano su quelle dannate carrette del mare.
Ecco uno a cui veramente la singola vita umana sta a cuore.
Ecco uno che dunque è in grado di andare al cuore del problema.

In aggiunta a questo Papa Francesco poi, incontrando l’associazione Scienza & Vita, ha dichiarato che “lasciar morire i nostri fratelli sui barconi è un attentato alla vita, così come lo sono la piaga dell’aborto, la morte sul lavoro per la mancanza di minime condizioni di sicurezza, il terrorismo, la guerra e anche l’eutanasia. Il grado di progresso di una civiltà si misura proprio dalla capacità di custodire la vita, soprattutto nelle sue fasi più fragili, più che dalla diffusione di strumenti tecnologici”.

In modo quasi inaspettato Papa Francesco ha definito tutti questi fatti “piaghe” ponendoli allo stesso livello, nonostante per l’opinione pubblica alcuni di essi siano ormai accettabili se non persino delle conquiste per l’uomo (eutanasia e aborto su tutti).

Il Papa ha poi aggiunto anche che “il grado di progresso di una civiltà si misura proprio dalla capacità di custodire la vita, soprattutto nelle sue fasi più fragili, più che dalla diffusione di strumenti tecnologici. Quando parliamo dell’uomo non dimentichiamo mai tutti gli attentati alla sacralità della vita umana”.

E’ proprio questo forse allora il problema…nonostante tutta la tecnologia che abbiamo e tutti i presunti “diritti” per cui lottiamo stiamo facendo tutto tranne che progredire! L’uomo regredisce se non tratta con valore la vita umana, se non vede un bene negli altri uomini e se per loro dunque non si adopera.
Se da un lato è vero forse che non sappiamo come “risolvere” il problema dei migranti, dall’altro è ancor più vero che non è questo il punto. Questa frase del Papa è infatti profondamente vera e valida anche per chi, come noi, con la guerra o la povertà non ha tanto a che fare.
Molti sostengono che la Chiesa dovrebbe farsi i fatti suoi, quel che sembra personalmente a me invece è che proprio dalla Chiesa venga la sola speranza di trattare le cose, tutte, per la verità che sono.