Unbroken: storia di un uomo che non si è mai piegato

Ho letto il Libro di Laura Hillenbrand spinto dal successo avuto dall’omonimo film diretto da Angelina Jolie e candidato ai premi Oscar di quest’anno aspettandomi di trovare un libro bello ma come tanti altri che raccontano i drammatici fatti avvenuti durante la seconda guerra mondiale.
Quello che ho letto invece è molto più di questo perché l’autrice ha descritto un uomo e la sua storia con una capacità eccezionale di far immedesimare il lettore nei pensieri del protagonista. Leggendo sembra quasi infatti di crescere e soffrire come Louis Zamperini, protagonista della storia, e per rispondere alla domanda chi sia quest’uomo il libro va letto dall’inizio alla fine perché altrimenti se ne perdono pezzi decisivi.
Louis Zamperini è stato infatti un ragazzo della California che da giovane era solo e pieno di problemi. È stato un incredibile talento del mezzofondo durante il primo dopoguerra e questo lo ha portato a partecipare alle olimpiadi di Berlino del 1936, a stringere la mano a Hitler e a essere quasi ucciso dalle SS per aver rubato una bandiera nazista. È stato mitragliere per gli Stati Uniti d’America e con il suo aereo è caduto nel Pacifico a seguito di una grave avaria, ha resistito su un canotto per oltre 40 giorni vivendo di nulla e ha percorso trasportato dalle correnti oltre 3000 km nell’oceano prima di arrivare sulle coste dell’impero giapponese. È stato prigioniero di guerra per oltre due anni in diversi campi giapponesi, umiliato e continuamente picchiato dai suoi terribili carcerieri che avevano il solo scopo di eliminarne totalmente la dignità di uomo. È stato un alcolista perché nonostante la vittoria statunitense della guerra e la sua conseguente liberazione fisica dalla prigione, Louis ha vissuto anni senza essere capace di liberarsi realmente di quanto accaduto se non con l’alcool, con tutte le conseguenze che questo gli ha generato.
Fa specie pensare ancora una volta che oggi la libertà è spesso descritta solo come la possibilità di fare quello che si vuole e si pensa nei limiti del lecito (se ripensiamo ai fatti di Parigi e Dolce e Gabbana è evidente questo). La storia di questo libro mostra invece tutta la fragilità di un pensiero di questo tipo perché a Louis non è bastato uscire dai campi di prigionia e tornare a casa per essere libero!
Louis però è stato anche un uomo capace di trovare una risposta e liberarsi dai suoi problemi grazie alla Fede. Splendido il finale in cui si accennano i frutti sulla realtà generati da quella che lui stesso chiama: “la scoperta del vero se stesso”.
In poche parole in questo libro c’è tutta la storia drammatica di un uomo che non si è mai piegato di fronte alle fatiche e stando attento a ciò che gli succedeva ha sempre trovato il modo, in ultimo istante con la conversione e la scoperta della fede, di rispondere da uomo ai drammi della sua vita.
Per queste ragioni e per l’incredibile capacità narrativa dell’autrice questo libro va assolutamente letto perché non parla, come in molti dicono, solo del passato o della vicenda di un “eroe” ma ha molto da dire a tutti noi oggi.

L’Oriana: una fiction per iniziare a leggerla!

Nelle giornate di lunedì 16 e martedì 17 Febbraio la Rai ha mandato in onda una fiction su quella che probabilmente è la più nota e brillante giornalista italiana degli ultimi trent’anni: Oriana Fallaci. Sono già partite numerose polemiche su come la vita di questa donna sia stata distorta dai registi e probabilmente questi critici hanno ragione: la storia e le sue idee in certi momenti cosi duri che ha vissuto e visto (in Pakistan, Vietnam, Messico e Grecia) sono state certamente semplificate con l’evidente obiettivo di “farle capire” a un grande pubblico. E’ ragionevole pensare che non molti in Italia abbiano letto e conoscano profondamente i pensieri della Fallaci per cui la fiction della Rai è stata un buon tentativo per renderli noti.
A parte infatti una oggettiva difficoltà nel raccontare una vita cosi intensa e dura in due sole serate senza appiccicare giudizi e conclusioni affrettate è anche emerso quello che è “particolare” e “nuovo” di una figura come quella della Fallaci:
lei era una donna che si faceva colpire e toccare dai fatti che le accadevano attorno;
lei era una donna che tentava un giudizio di fronte a ciò che succedeva ma non lo appiccicava “a caso”, lo maturava andando e vivendo in luoghi di guerra ponendo davanti non la sua idea ma ciò che vedeva (il passaggio sulla guerra in Vietnam contro gli americani lo fa intuire);
lei era una che aveva chiaro il significato di libertà e per essa lottava perché “La libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere”;
lei era una cosi libera da poter dire a qualsiasi uomo potente ciò che le stava più a cuore perché “ha sempre amato la vita. Chi ama la vita non riesce mai ad adeguarsi, subire, farsi comandare”;
lei era una che aveva capito che “Il grande malanno del nostro tempo si chiama ideologia e i portatori del suo contagio sono gli intellettuali stupidi”;
lei era una che aveva un occhio talmente vero sulla realtà che ha saputo anticiparne gli sviluppi: “Loro (i fondamentalisti islamici) hanno qualche cosa che noi non abbiamo ed è la passione. Hanno la fede e la passione. Nel male, in negativo, ma l’hanno. Noi non l’abbiamo più, l’abbiamo persa, la nostra forma di società ha inaridito l’animo, ha inaridito il cuore della gente. Perfino nei rapporti amorosi c’è meno passione. In quanto alla fede, nel nostro mondo è una parola quasi sconosciuta. Loro sono più stupidi di noi ma sono profondamente appassionati, dunque più vitali. Perfino la guerra, che è un atto di passione – passione in negativo, la ferocia, il sangue – , è diventata sterile, pulita. Questa mancanza di passione si riflette nella nostra vita quotidiana perché, al posto della passione, abbiamo il benessere, la comodità, il raziocinio. Tutto quello che siamo è frutto di raziocinio, non di passione. (da Accetto la morte ma la odio)”

Che la Rai abbia fatto questo lavoro su di lei è bello. Non perché siano stati fedelissimi alla sua storia e alle sue idee, ma perché ad esempio, sfruttando molte delle sue più belle citazioni, a me e a molti altri hanno messo il desiderio di iniziare a leggerla.

Storia di una ladra di libri: un film sulla guerra per bambini

Esistono centinaia di film e libri sul nazismo ma ‘Storia di una ladra di libri” (tratto dall’omonimo libro di Markus Zusak) ha la capacità di raccontare la guerra da una prospettiva nuova: quella di una bambina. Quanti film sulla guerra sono anche adatti ad essere visti dai più piccoli? Quanti di noi possono immaginare le sensazioni di una bambina costretta a dire “Heil Hitler” nonostante sappia che l’uomo a cui inneggia è la causa dei suoi mali? Usare come protagonista una bambina, Liesel, e descriverne pensieri e preoccupazioni è dunque qualcosa di nuovo.
La narrazione inizia con il viaggio di Liesel verso la sua famiglia adottiva perché la madre, comunista, è in fuga dalla Germania. Al trauma dell’abbandono si aggiunge la perdita poi del fratellino, che Liesel ha visto morire tra le braccia della madre proprio durante il viaggio verso la nuova casa. Al funerale la piccola raccoglie da terra un libro, “Il manuale del necroforo”, e lo conserva: sarà proprio questo particolare testo che, assieme all’aiuto del padre adottivo Hans, permetterà a Liesel di imparare a leggere.
Generosi e profondamente umani infatti i suoi nuovi genitori nascondono in casa Max, un giovane ebreo in fuga dalle SS tedesche. Colto e attento, Max diventa un grande amico di Liesel e la aiuta nella sua crescita e nella sua formazione spingendola ed educandola quasi a trovare le parole per raccontare il mondo che vede. Max aveva infatti chiaro che la potenza delle parole, che permettono l’esistenza dell’immaginazione ed è proprio l’immaginazione che rende sopportabile la reclusione. Anche Hitler lo sapeva e infatti in contemporanea il fuhrer ordina continuamente alle sue SS di bruciare i libri. Proprio davanti a un falò fatto per distruggere tutti i libri del paese Liesel non riesce a resistere e, andati via tutti, ne sottrae uno alle fiamme, e poi via via ne ruba altri da una biblioteca in casa di una moglie di un generale tedesco.
Senza dettagliare il racconto quella bambina sconfiggerà la violenza della guerra usando dei semplicissimi libri! La prospettiva di fare un racconto di guerra, senza togliere nulla della drammaticità dei suoi effetti, dal punto di vista di una bambina rende questa storia comprensibile da tutti, compresi i più piccoli, e lascia alla fine la sensazione che, nonostante tutto il dramma occorso alla piccola protagonista, lei vinca.
Questo film va visto perché riuscire a trasmettere un messaggio di speranza proprio da una storia cosi dura è qualcosa di oggettivamente bello e affascinante che chiunque, anche un bambino, può capire e che sarebbe bello ricordarsi sempre nelle circostanze dure in cui tutti noi siamo messi.

“La Notte” di Elie Wiesel: Autobiografia del dolore

Oggi, cosi come da qualche anno a questa parte, è uno strano giorno della memoria. Ci sono infatti sempre meno persone in vita che hanno vissuto quei drammatici anni e dunque, con la loro mancanza, anche l’efficacia dei racconti viene meno. In un momento infatti dove una parte del mondo tenta in ogni modo di far rivivere l’orrore nazista dobbiamo impegnarci tutti per non dimenticare cosa è accaduto meno di 70 anni fa in Europa. Grazie al cielo però esistono dei libri autobiografici su quegli anni: sono esistiti cioè uomini che hanno fatto il drammatico sforzo di raccontare ciò che hanno vissuto. Elie Wiesel rappresenta uno di questi e racconta la sua esperienza, fatta a 15 anni, nel campo di concentramento di Auschwitz.
“La notte” è un libro che lascia interdetti perché viene naturale chiedersi come sia stato possibile che degli uomini abbiano compiuto quegli orrori. Anche Elie se lo chiede e nel libro si vede chiaramente gli effetti devastanti che su di lui e sui suoi compagni, come uomini non più trattati come tali, abbia avuto il campo di concentramento: la perdita della fede ne è solamente l’aspetto più eclatante. Questo cambiamento non ha però nulla di scandaloso ma anzi rende questa autobiografia più vera e interessante perché pone il lettore di fronte alle stesse domande del protagonista.
Questo è dunque uno di quegli esempi che abbiamo la fortuna di avere noi che quella follia non l’abbiamo vissuta: certe cose si devono sapere ed è drammaticamente bello che proprio chi la ha vissuta abbia deciso di riviverla per raccontarlo a tutti.
“[…]un sudore freddo mi copriva la fronte, ma gli dissi che non credevo che si bruciassero degli uomini nella nostra epoca, che l’umanità non l’avrebbe più tollerato…
– L’umanità? L’umanità non si interessa a noi. Oggi tutto è permesso, tutto è possibile, anche i forni crematori…”

Elie nel libro scrive che i campi di concentramento hanno mostrato che l’umanità è morta e che nulla ha senso e significato. Solo il fatto che però poi lui, e come lui tanti altri sopravvissuti a quell’esperienza, ci abbia raccontato la sua esperienza lasciandocela in eredità dimostra che non è vero: perché interessarsi a far sapere cosa è accaduto se non ha senso più vivere?!
Vale la pena leggere queste autobiografie perché sono esempio stupefacente di come, nonostante si sia vissuta l’esperienza peggiore del mondo, la nostra umanità non possa venire distrutta ma anzi ne venga quasi esaltata e dunque la si racconti a tutti.