Ezio Bosso: un gigante del nostro tempo

Non so se abbiate avuto anche voi la mia stessa impressione ma, guardando il discorso e l’esibizione di Ezio Bosso a Sanremo, mi è parso di trovarmi davanti a un gigante, in un corpo debole e fragile forse, ma con una capacità di guardare con serietà e verità alla sua vita in un modo che in televisione non mi era mai capitato di vedere.

Sarà stato che Sanremo con tutti i suoi nastri arcobaleno mi annoiava e non volevo guardarlo ma il suo ingresso e il suo quarto d’ora di presenza sul palco dell’Ariston sono stati una sorpresa oggettivamente inaspettata.

Chi di noi “sani”, guardandolo entrare sulla sua sedia a rotelle tutto piegato dalla sua malattia, si aspettava di vedere quel che poi è accaduto?!
Quante volte vi è capitato di vedere un malato che, davanti a milioni di persone, non si vergogna della sua malattia ma mostra anzi come non solo non sia stata un limite ma sia stata una risorsa per la sua vita?!
Chi di noi “sani”, guardandolo entrare, non ha provato un senso di pietà verso quell’uomo e invece poi, sentendolo parlare, ha iniziato a sentirsi piccolo piccolo davanti all’enormità di quel che aveva davanti?!
Chi si aspettava che facesse spaccare dal ridere?! Guardate come ha risposto a una battuta del famoso blog satirico di Spinoza!!!!

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Chi di noi “sani” si aspettava di sentirsi dire da un malato di SLA che “noi uomini siamo buffi perché diamo per scontate le cose belle“?!
Chi di noi “sani” aveva mai sentito parlare di musica come ha fatto lui?!
Chi di noi “sani” non desidererebbe riuscire a parlare in modo così consapevole e bello del suo lavoro e della sua vita?!
Chi di noi “sani” si aspettava di ascoltare un artista spiegare che il brano che porta a Sanremo ha a tema “l’importanza di perdersi per imparare a seguire perché noi diciamo che perdere è brutto ma non è vero: perdere i pregiudizi, le paure, perdere il dolore…ci avvicina e ci fa seguire“?!

Chi di noi “sani” si aspettava di sentire e veder suonare quel “malato” come ha fatto?!

Chi di noi “sani”, al termine della sua esibizione in cui tutti a casa e a teatro eravamo uniti dallo stupore verso la bellezza di ciò che avevamo visto, si aspettava di sentire che “la musica come la vita c’è un solo modo di farla: insieme“?!

A un certo punto del suo discorso il maestro Bosso ha detto: “La musica è una vera magia, infatti non a caso i direttori hanno la bacchetta, come i maghi, uguale!

Beh caro Ezio, quel che ci hai fatto vedere sembra davvero una magia, grazie!

E voi miei affezionati lettori, se non avete avuto la fortuna di vederlo dal vivo, date un occhiata a quel che ci ha fatto vivere e vedere questo straordinario uomo.

Guardate che roba! 
 

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MisterCaos: un poeta di strada di periferia

Cari miei amici lettori oggi ho in serbo per voi una sorpresa.
Per la sezione “Personaggi” Opinionandolo si è lanciato nella sua prima esperienza di intervista, e ha scelto di farlo con un personaggio realmente particolare e che merita di essere conosciuto: MisterCaos.
MisterCaos è un giovanissimo poeta di strada di San Donato Milanese che, per usare parole sue, dall’inverno 2013 assalta la strada a colpi di versi affiggendo per le vie di San Donato e di Milano alcune tra le sue poesie.

Vi starete forse chiedendo perché ho scelto di intervistarlo?
Magari della poesia di strada o della poesia in generale infatti non vi interessa nulla e avete tutto il diritto che sia così…questo ragazzo però ha qualcosa di realmente interessante da dire valido per tutti per cui aspettate ad abbandonare l’articolo!!!

Chi di noi infatti può dirsi capace di guardare a un suo presunto “limite” e farne la sua più grande risorsa?!
Chi di noi riesce a mettere da parte i castelli mentali su cosa il mondo si aspetta lui faccia nella sua vita e segue realmente i suoi talenti?!
Chi di noi usa il suo talento per migliorare la realtà di periferia in cui vive e non ne fugge via?!

Vi interessano questi temi?
Allora andate avanti a leggere!

1. MisterCaos, leggendo la biografia sul tuo sito, ti definisci poeta e artista: da dove è nata questa passione e che cosa hanno significato per te nella tua vita l’arte e la poesia, al punto da farle diventare il tuo lavoro?

Il tutto parte da un avvicinamento alla cultura hip hop, e l’attrazione verso il mondo del graffito, del rap e della street art, interessi paralleli a quello della scrittura. Portandoli avanti in modo costante sono inevitabilmente confluiti in uno stesso bacino, che ha preso il nome di MisterCaos, poeta (più o meno) e artista (ci proviamo).
Le passioni dapprima rappresentano degli interessi che accompagnano il tuo crescere poi, se davvero si riesce a credere in quello che si sta facendo, in modo naturale diventano la tua vita (o il tuo lavoro). Succede anche nello sport, nella vita politica e in diversi altri campi.

2. Negli ultimi tempi sulla tua pagina Facebook hai mostrato molte fotografie di te in versione “Maestro Caos” nelle scuole elementari: perché vai a insegnare ai bambini? Cosa gli racconti?

Credo che ci sia molta ignoranza verso il mondo delle arti di strada.
Si confondono i graffiti con la street art, e della poesia di strada spesso non si conosce per nulla.
Io semplicemente racconto cosa c’è li fuori: come si cataloga, come si riconosce e come lo si può apprezzare, perché è importante che ci sia, perché è nato e a cosa serve.
Cerco sempre anche di rompere alcuni luoghi comuni e stereotipi che si sono radicati del background culturale popolare rispetto a “quelli che scrivono sui muri”.

3. Dal 20 Ottobre al 9 Novembre scorso si è tenuta la tua prima mostra dal titolo “Cose a Caos” a San Donato Milanese: perché, tra tutti i possibili, hai scelto proprio questo titolo?

Cose a CAOS” nasce dall’esigenza prettamente personale di fare ordine verso tutto quello che ho fatto da quando ho iniziato ad oggi.
Quale nome migliore per “riordinare” le idee? Un titolo da leggere su più livelli, come spesso cerco di fare con le mie poesie, e allo stesso tempo un sigillo identificativo di cosa andavo a fare.

4. Mi devo esporre…tra tutte le tue opere che ho visto La Periferia è il respiro grezzo di una strada messa tra “virgolette” è quella che forse mi ha colpito di più. In un tuo post, al termine della tre giorni di lavoro che tu e altri artisti avete fatto nel tuo quartiere a San Donato hai scritto: “Tutte le sfumature della periferia. La mia periferia, quella che mi ha portato qui, e che per 3 giorni è diventata il centro del mondo“. Cosa è accaduto in quei tre giorni? Perché, guardando alla tua esperienza, provenire da una zona di “periferia” non è una sfiga?

Non so dirti perché non è una “sfiga” (per me è una figata); personalmente mi sono sempre spinto per trasformare i difetti in punti di forza, o comunque spunti da cui partire. Ad esempio, sono dislessico e ho scelto di focalizzare il mio modo di fare arte usando solo le parole (e tutto quello che le circonda).
Forse è solo una sorta di riscatto sociale, o qualcosa di simile. So solo che nonostante tutto quello che si dica sulla mia periferia (cerca “via di vittorio” su google), essa è il posto che mi ha tirato su, nella quale ci sono nato per Caos, e a cui sono molto riconosente.
Tornando alla prima domanda: abbiamo semplicemente (con il resto dei writer e street artists di San Donato Mil.se) creato un evento che arricchisse il quartiere.
Ti lascio qualche numero:
70 artisti da tutto il mondo (Italia – Lombardia, Piemonte, Friuli, Sardegna – Spagna, Svizzera, Hong Kong);
25 pareti 6×12 metri (il che fa rientrare l’evento tra i primi 5 mai realizzati in Italia per dimensione);
2000 spray, 150 kg di vernice, 7 bracci meccanici, 3 impianti audio distribuiti per tutta la via, 4 situazioni sportive differenti in contemporanea (box, crossfit, calestenic, basket), animazione per bambini, stand di tattoo, e ancora… Un festival a 360°.
Un botto di critiche (infondate e di strumentalizzazione politica);
Tantissima voglia di divertirsi.

5. E per il 2016 cosa hai in mente? Ci sono già progetti in vista?

Le idee son sempre troppe e a volte si sovrappongono. Ho già in cantiere un po’ di murate da realizzare. Saty Caos.

6. Ti va di salutarci con una poesia delle tue?

Appassionarsi controvento, per lasciar che i sogni prendano il sopravvento

Avete capito cosa intendevo?

MisterCaos è un ragazzo normale di una zona periferica che è stato in grado di guardare a sè e a cosa fosse bravo a fare in maniera realmente vera e questa vi sfido a dire che non sia una cosa dannatamente difficile da fare! Ancora più difficile è poi scegliere di usare un talento per (sempre usando parole presenti nella biografia sul suo sito) prediligere sobborghi degradati e quartieri marginali, con l’idea di riportare l’arte e la poesia tra la gente. Questo è qualcosa che, anche se di arte e poesia apparentemente non vi interessa nulla perché siete grezzi come me che scrivo, è però vero anche se fate gli avvocati, i medici, i parrucchieri, gli ingegneri, i panettieri o qualsiasi altro mestiere!
Non sarebbe più figo lavorare sapendo che si può farlo anche così?!
Per questo val la pena seguire MisterCaos e per questo io lo seguo: se vi inizia a interessare e di lui volete sapere di più, qui c’è scritto come vedere che razza di Cose a Caos combina.

Meeting per l’amicizia tra i popoli: che modo strano di godersi le ferie

L’estate è ormai sempre più vicina alla fine. Molti hanno già iniziato a lavorare o a studiare, e fra poco toccherá a tutti gli altri “fortunati” che ancora si godono le meritate vacanze.

Non so se capiti anche a voi ma, tornando dalle ferie, si ha come la sensazione di aver vissuto in un limbo nel quale contava solo ammbronzarsi ma non scottarsi, riposarsi, e preoccuparsi solo di decidere su che spiaggia andare o che passeggiata in montagna fare il giorno dopo. Quel che nel frattempo accadeva nel mondo, compreso ciò che di solito ci scandalizza o agita (immigrazione, terrorismo, politica…), è stato insignificante a tal punto da divenire inesistente.

E allora, tornato a casa, scopri che i politici italiani sono arrabbiati con la chiesa perché non si fa i fatti suoi, mentre Obama, Kerry e Raul Castro ringraziano il Papa proprio perché i cavoli suoi non se li fa.

Poi scopri che a Roma si può avere un patrimonio di più di 60 milioni di euro, fare un funerale stile “Il Padrino” con tanto di elicottero e carrozza con cavalli a bloccare un quartiere senza che succeda nulla.

Ci sono poi altri fatti che invece fatichi a capire se siano buoni o meno, come quella storia dei musei gestiti da stranieri, o anche Tsipras che, dopo tutto il cinema degli scorsi mesi, ha deciso di dimettersi e ricandidarsi perché se non manda i greci a votare ogni sei mesi si annoia. 

E poi vabbè i grandi classici non mancano mai: le solite accuse di omofobia a chiunque tenti di dire che ci sono delle differenze tra matrimonio e unioni civili vanno di moda più dei costumi alla brasiliana. Elton John che fa la morale al sindaco di Venezia fa spaccare.

In tutto questo quel che più sorprende è vedere poi qualcuno che, invece di “godersela” al mare, all’Expo, in montagna o in città, ha deciso di usare le sue ferie per lavorare gratis in una fiera a Rimini, e non solo ci lavora ma si diverte pure a farlo! 

Come quasi tutti saprete si sta infatti tenendo in questi giorni la XXXVI edizione del meeting per l’amicizia tra i popoli a Rimini. Una settimana di mostre, eventi e incontri a cui partecipano grandi personaggi di fedi e culture diverse, politici, imprenditori, intellettuali e artisti, sportivi e grandi economi: il tutto con l’obiettivo di vivere un luogo di amicizia per costruire la pace tra i popoli (pace tanto minacciata in questi mesi) e di riflettere su tutti quei temi di attualità che anche a noi interessano ma che in questo mese di limbo vacanziero abbiamo messo un po’ da parte. Non so se condividete la mia opinione ma sembra quasi assurdo vivere l’estate così: certamente non si può dire che non sia affascinante.

Usando le parole che Papa Francesco ha inviato per l’inizio della manifestazione: “il meeting può cooperare a un compito essenziale, far sì che nessuno si accontenti di poco!”

Tornare alla propria quotidianità: che sia lavorare, studiare, cercare lavoro o gestire una famiglia senza che ci si accontenti di poco è certamente desiderabile e bello per tutti, anche se il mondo sembra quasi volere l’opposto. 

Non varrebbe la pena andare a fare un giro a Rimini allora forse?! 

Per info http://www.meetingrimini.org 

Le 10 regole di vita del milanese d’Estate

Se hai intenzione di passare del tempo a Milano durante questa torrida estate devi adeguarti al modo di vivere di un vero milanese. Ecco le dieci regole di comportamento da seguire:

1. Il milanese la mattina d’estate, quando si sveglia, è già incazzato perché sa che deve abbandonare la sua dimora in cui l’aria condizionata rinfresca l’aria persino in bagno e in ripostiglio per andare a lavorare e “tirare avanti sto cazzo di paese”;

2. Il milanese d’estate impedisce ai suoi figli di fare attività ludico-ricreative all’aperto perché altrimenti sudano e impuzzoliscono i loro “vestiti del Porco Diaz”. Al massimo li porta al parco, si piazza con loro all’ombra di un alberello, e gli insegna a fissare i passanti scuotendo la testa per esprimere il proprio disgusto sul loro abbigliamento costituito da colori sgargianti e dannatamente popolani o sulla loro carnagione schifosamente bianca.

3. Il milanese infatti, non appena arriva l’estate, si spara un paio di lampade fatte bene perché l’abbronzatura fa troppo figo coi colleghi;

4. Il milanese d’estate, appena uscito di casa al mattino, va in un “bar da ricchi” con l’aria condizionata e ordina un “caffé con ghiaccio” o un bel “marocchino” perché prendere un espresso normale o bere il caffé alle macchinette è una roba da Giargiana. Uscito dal bar, prima di salire in macchina, si pulisce le mani con amuchina per eliminare ogni rischio di contaminazione da germi;

5. Il milanese d’estate, come in ogni altra stagione del resto, non considera neppure per un secondo l’idea di andare a lavoro salendo in quel carro di buoi anche chiamato metropolitana. Ovviamente allora si piazza in macchina con l’aria condizionata a cannone e, durante il tragitto verso l’ufficio, sbeffeggia tutti i “poveracci” che vede salire su un pullman ATM o che, ancor peggio, viaggiano in macchina col finestrino abbassato: ma come diamine si fa ad avere una macchina senza aria condizionata?????!

6. Il milanese a pranzo d’estate si tira un’insalatina dimagrante accompagnata da una buona “inguria” che è il top per essere sempre idratati come si deve;

7. Il milanese d’estate a lavoro manda costantemente in giro da clienti e fornitori insignificanti i suoi sottoposti organizzandogli incontri all’aperto tra le 11 e le 15 perché gode nel vederli rientrare in ufficio sudati e ansimanti per il caldo;

8. Il milanese d’estate non esce mai dall’ufficio prima delle 19 perché non ha voglia di tornare a casa e fingere di voler veramente giocare con quei mostriciattoli dei suoi figli che lo aspettano da tutto il giorno e ancora non hanno capito che lui non ha un cazzo di tempo da perdere;

9. Il milanese d’estate a cena si mangia un “bel minestron frecc”, rigorosamente Bio, dopo aver bevuto poco prima un prosecchino fresco come Ape. Subito dopo cena poi “fa una call” con tutti i suoi amici milanesi e gli spiega come risolvere il problema del default greco, sottolineando più volte che la vera ragione per cui non si è ancora chiusa la questione sia che sia i greci, che i tedeschi o i francesi che comandano in Europa, non sono milanesi;

10. Il milanese d’estate quando va a letto e si piazza sotto il bocchettone dell’aria condizionata e, pensando alla giornata appena vissuta, chiude gli occhi lieto e certo che anche quel giorno, se mai ce ne fosse stato bisogno, ha dimostrato al mondo intero di essere la vera locomotiva d’Italia e che in nessun modo lui potrà mai rischiare di “finì cont el cu per tèrra”.

L’incubo del dipendente d’ufficio: la cagata contemporanea col collega

La cosa peggiore che può capitarti in ufficio è la cagata in contemporanea con collega:

Tu sei lì sul cesso, pacifico, a leggere Eurosport aspettando di espellere il malloppo quando ecco che, d’improvviso, senti un rumore nel bagno accanto: è appena entrato qualcuno!

A quel punto, con la classica camminata a papera causa pantaloni abbassati a livello del ginocchio, per prima cosa ti precipiti a controllare che la porta sia effettivamente chiusa e, da folle ottimista, inizi a pensare: “niente panico! Sarà solo una pisciatina veloce!”

Ti aspetti un bel gorgoglio da torrentello alpino e invece inizi a sentire la carta igienica scorrere…pessimo segno. Sta costruendo un castelletto di carta: deve cagare!

A quel punto è una guerra di nervi!

Lui sa che sei là, e aspetta paziente che tu te ne vada. Non immagina però che anche tu sia appena arrivato e pensa di avere il match in pugno.

Lo senti respirare tranquillo dal pannello divisorio mentre tu che, prima che entrasse eri ormai quasi in dirittura d’arrivo, non respiri più e ti contorci per trattenere la “marmottona nella tana”.

Parti allora a chiederti chi sia perché conoscere il nemico è decisivo: potrebbe essere il palestrato del marketing che stringendo le chiappe riesce persino ad aprire delle noci, oppure potrebbe essere quello secco secco dell’ufficio acquisti che, come minimo, al bagno butta fuori noccioli di ciliegia come fosse un passerotto…

Tu invece hai la pancetta e dopo il secondo caffè e la terza marlboro rossa capisci che proprio non puoi più trattenere la pizza ai peperoni della sera prima;

Passano i minuti e nessuno fa la sua mossa. Lo ascolti come fossi in trincea sperando con tutto il cuore che lui se ne freghi, scarichi il fardello, e se ne vada….ma niente!

Dannazione è un damerino come te e si vergogna!

Inizi ad avvertire la sua fatica…gli scappa qualche sospiro ma niente, non molla.

Alla fine devi cedere tu!

Ricacciato il tutto su per l’intestino te ne stai un’altra mezz’ora buona alla scrivania immerso in un’atroce sofferenza finché le porte del paradiso si riaprono per te e, finalmente solo, riesci a liberare la bestia.

Non avere fretta dunque in queste situazioni perché, anche a lavoro, una cosa è certa:
“Puoi togliere il ragazzo dal cesso dell’open space, ma certamente non puoi togliere il cesso dell’open space dal ragazzo”.

Expo Milano 2015: #Troppofigo

Non ce la faremo mai;
Nessuno risponderà al nostro invito;
Sarà una gigantesca figuraccia in mondovisione;
I cittadini normali non avranno nessun beneficio;
Piove anche, sarà davvero un disastro…

Per mesi e mesi non abbiamo sentito altro che questo, come a voler dimostrare che, quasi per natura, siamo il paese più critico verso se stesso che esista sulla Terra.
Le indubbie contraddizioni che ci sono state negli anni di preparazione di questo grande evento non mascherano però la grandiosa occasione che questa esposizione universale è per il nostro paese e per tutti noi che di esso facciamo parte!

Quante volte abbiamo sognato di conoscere e vedere altri luoghi del mondo rattristandoci del fatto che questo per noi, “uomini normali”, è impossibile?!
Ecco per 6 mesi il mondo viene qui: Expo 2015 è occasione mondiale di incontro che vale allo stesso modo per tutti, dal presidente del consiglio al più piccolo e umile cittadino! Non possiamo mancare!

Hanno ragione poi Renzi e le nostre istituzioni a ricordare che punto centrale e decisivo di oggi è che Milano e l’Italia alla fine ce l’hanno fatta:

Oltre 20 milioni di visitatori attesi;
145 Paesi nel mondo che hanno accettato il nostro invito;
80 Padiglioni disposti lungo gli oltre 110 ettari di estensione dell’evento;
Oltre un miliardo di euro (!!!) di investimenti dall’estero;
Fatturato atteso di oltre 10 miliardi di euro a fronte degli 1,3 spesi per la sua realizzazione;
19000 posti di lavoro dentro il sito, e oltre 80000 fuori da esso;
Operai di paesi diversi che si aiutano per finire tutti i padiglioni, commovente il lavoro comune per finire quello del Nepal;
Stazioni di metropolitana, treno e aeroporti ristrutturate completamente per l’occasione!

E poi quella che, anche se passata quasi in sordina sinora, è la cosa più interessante di tutte: il tema di questa esposizione universale.

Un tema, quello del problema della nutrizione e della lotta alla fame nel mondo che, anche se certamente non verrà risolto, solo per il fatto di essere posto al centro dell’attenzione sarà un aiuto per tutti a tenere la testa alta per stare di fronte alla più grande ingiustizia del mondo di oggi, oltre che per conoscere e contribuire alla crescita di istituzioni come Banco Alimentare, Slow Food e altre ancora che già lavorano efficacemente per stare di fronte a questo dramma.

Per sei mesi saremo oggettivamente al centro del mondo e questo è un fatto!
Expo Milano 2015 oggi c’è ed è meglio non sprecarla come occasione no?!

Che finale Fast & Furious!

Era lecito attendersi che “Fast and Furious 7” sbancasse i botteghini e conquistasse il pubblico in Italia e nel mondo. Che il settimo film della serie con Vin Diesel attirasse in sala frotte di spettatori, molti dei quali desiderosi di vedere sul grande schermo, per l’ultima volta, Paul Walker nel ruolo di Brian O’Conner, era infatti assolutamente prevedibile.

Guardando il film poi, da un certo punto di vista sembra quasi non sia cambiato niente rispetto ai capitoli precedenti della saga: forza bruta muscolare, donne dalla bellezza sconvolgente, auto che compiono inverosimili acrobazie (come saltare da un grattacielo all’altro), velocità esasperata e rischio, il tutto tenuto insieme da una grande amicizia e dalla volontà di tenere sempre unita e al primo posto la famiglia.

Parallelamente a questo, tutto il film è però guidato dal desiderio, da parte degli attori e del regista, di dare un degno finale a quello che realmente era diventato un loro amico. Per questo il ragione tutta la pellicola diventa un lungo saluto al personaggio interpretato da Paul Walker.

Ad essere sincero quando sono entrato al cinema per vedere questo film mi aspettavo, con sincera curiosità, di vedere come il regista lo avrebbe fatto morire, dando per certo che questo sarebbe avvenuto:
Sarebbe stato inscenato un incidente fragoroso?
Sarebbe morto salvando eroicamente sua moglie o suo figlio?
Sarebbe ignorato il fatto lungo lo sviluppo della trama e solamente alla fine ci sarebbe stato un saluto all’attore scomparso?

Con sorpresa invece il finale invece è stato questo:

Sconfitto il cattivo di turno infatti, tutti i protagonisti del film si ritrovano insieme in spiaggia e interrompono i loro discorsi quando, commossi ma non disperati, osservano Brian lontano giocare con suo figlio e sua moglie dicendo semplicemente che quello è il suo posto, e non con loro.
Subito dopo Toretto e O’Conner, amici nella saga quanto nella vita si ritrovano a guidare affiancati lungo un’autostrada in mezzo al deserto. Ed è lì che, con una ripresa aerea particolarmente toccante e con la splendida e dolce colonna sonora scritta da Wiz Khalifa ad accompagnare la scena, O’Conner prende l’uscita a sottolineare come le strade dei due protagonisti si stiano solo temporaneamente separando.

È oggettivamente raro e significativo il modo con cui alcuni uomini (non importa se sono attori famosissimi, innanzitutto sono uomini) hanno deciso di stare di fronte al fatto di un loro amico che non c’è più.
A dominare non è né la nostalgia o l’amarcord per i momenti vissuti insieme, cosi come non lo è neppure la rabbia per il drammatico evento accaduto. Con tutta la tristezza del caso infatti, i protagonisti salutano Paul e paiono più di ogni altra cosa contenti e grati di aver avuto l’opportunità di conoscerlo. Lo sembrano a tal punto che il saluto finale, non solo contiene la speranza, ma ha dentro la certezza che la storia, per il loro amico che non c’è più, non sia finita ma sia solo “cambiata”.
È questo clima, magistralmente creato dagli attori e dal regista, che rende vera e non moralistica la battuta finale di Vin Diesel rivolta all’amico Paul: «Non importa dove sei, se a un quarto di miglio o dall’altra parte del mondo, tu sarai sempre con me e sarai sempre mio fratello».

Ecco un uomo vero: Enrico Angelini

Sui monti sopra Foligno sorge la cosiddetta “Cascina Raticosa”, rifugio che ai tempi della seconda guerra mondiale ospitò il comando della quinta brigata Garibaldi. In molti (me compreso) non sanno forse che la notte tra il 2 e il 3 febbraio del 1944 da quel luogo 24 giovani partigiani furono presi e deportati dai nazisti che li hanno condotti a morire nei loro campi di concentramento (Mauthausen, Flossenbürg e altri).
Probabilmente nemmeno quello che nei giorni scorsi ha rubato la targa commemorativa e ha disegnato una svastica enorme sul muro conosceva questa storia, o almeno mi piace immaginare sia cosi.
Quello di cui vorrei parlare non riguarda comunque il delinquente che ha fatto questo gesto becero ma la reazione di un uomo, un signore di 90 anni di nome Enrico Angelini, che quel 2 febbraio 1944 è miracolosamente scampato alla retata nazista.
Avvenuto il fattaccio infatti le autorità hanno come al solito immediatamente provveduto ad alzare i toni nel modo più appariscente possibile per condannare l’accaduto e indignarsi a parole come meglio potevano.
La cosa interessante è che mentre loro facevano tutte queste “chiacchere” nei loro uffici non accompagnate da alcun fatto riscontrabile nel pratico, il signor Enrico Angelini non ha pronunciato una parola ma ha fatto molto di più.
Ha preso sverniciatore e raschietto e, mettendo da parte per un attimo tutti gli acciacchi che un uomo della sua età può avere, è tornato a quel rifugio che da giovane lo aveva ospitato e che aveva condiviso con i suoi compagni ormai perduti per rimettere le cose a posto.
Con lo sverniciatore e il raschietto ha cancellato il simbolo nazista.
E dove prima c’era la targa ha appoggiato una rosa.
Da giovane ringrazio i giornalisti che hanno raccontato questa storia perché me l’hanno fatta conoscere. In questo modo, per quel che vale, posso realmente ringraziare il signor Angelini che non conosco ma che ha dato a tutti un esempio di cosa nel pratico voglia dire stare e vivere da uomo di fronte una circostanza certamente drammatica per lui. Sarebbe bello poter stare sempre cosi di fronte alle cose brutte che ci accadono.
E’ rivoluzionario e originale questo modo di essere: grande Enrico!

ISIS distrugge opere antiche: allora io le leggo e le racconto!

Un paio di giorni fa ho avuto la sfortuna di vedere un video dove i terroristi dell’Isis, o Daesh come sarebbe più giusto chiamarli, distruggono statue e opere d’arte risalenti al settimo secolo avanti Cristo. Posto che ne fanno di ogni e paiono in ogni modo voler emulare i tentativi di Hitler nel secolo scorso, è nato in me un enorme senso di disagio e la voglia di fare “qualcosa”.
Mi è allora venuto in mente quando Oriana Fallaci, nel suo libro “La rabbia e l’orgoglio”, descrive la nostra cultura occidentale e la paragona alla loro scrivendo:

“A me dà fastidio parlare persino di due culture: metterle sullo stesso piano come se fossero due realtà parallele, di uguale peso e uguale misura. Perché dietro alla nostra civiltà c’è Omero, c’è Socrate, c’è Platone, c’è Aristotele, c’è Fidia. C’è l’antica Grecia col suo Partenone, la sua scultura, la sua architettura, la sua poesia, la sua filosofia, la sua scoperta della Democrazia. C’è l’antica Roma con la sua grandezza, il suo concetto della Legge, della letteratura, i suoi palazzi, i suoi anfiteatri, i suoi acquedotti, i suoi ponti, le sue strade. C’è un rivoluzionario, quel Cristo morto in croce, che ci ha insegnato (e pazienza se non lo abbiamo imparato) il concetto dell’amore e della giustizia. E poi c’è il Rinascimento. C’è Leonardo da Vinci, c’è Michelangelo, c’è Raffaello. C’è la musica di Bach e di Mozart e di Beethoven, su su fino a Rossini e Donizzetti e Verdi and Company.E infine c’è la Scienza e la tecnologia che ne deriva. Una scienza che in pochi secoli ha fatto scoperte da capogiro! Copernico, Galileo, Newton, Darwin, Pasteur, Einstein….”

Di esempi se ne potrebbero fare molti altri ma quel che pare è che persino questi terroristi abbiano ben chiara la storia che sta alle nostre spalle e la potenza che essa ha. Non possono conquistarci se non distruggono anche quella, e dunque bruciano libri, strumenti musicali e distruggono opere d’arte.
E’ per questo che a me è nata la voglia di capire e imparare a conoscere molto di più quella che è la mia cultura perché mi rendo conto di non conoscerla veramente. Come Liesel in “Storia di una ladra di libri” da bambina combatte una guerra di nascosto contro il Nazismo semplicemente leggendo (cosa proibita da Hitler), mi piacerebbe usare questa piccola pagina per diffondere quello che di bello leggo, ascolto o vedo.

I terroristi distruggono il nostro passato? Bene allora io lo leggo e ve lo racconto!

Birdman: quando la fama non è tutto

Chiunque conosce o ha sentito parlare del nuovo nuovo film di Alejandro Gonzàlez Inàrritu e se ancora non lo avete visto fatelo perché si tratta di qualcosa di realmente eccezionale e atipico anche per il fantastico mondo del cinema.
La storia tratta di Riggan Thompson, alias Michael Keaton, ex-divo di Hollywood giunto alla notorietà come interprete del supereroe Birdman, figura che lo ossessiona e di cui non riesce in alcun modo a liberarsi. I suoi problemi sono da un lato che, invecchiato, sembra essere stato dimenticato dal grande pubblico; e dall’altro quello di una totale mancanza di ordine nella sua vita: separato dalla moglie, con una figlia appena uscita da un centro di disintossicazione e un amante fastidiosa sul set.
Non ritenendosi finito e credendo di aver ancora qualcosa da dire e da dare al pubblico americano ambisce a mettere in scena uno spettacolo teatrale a Broadway: “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?” di cui essere autore, regista e primo attore.
E’ un’idea interessante ma Riggan è totalmente ossessionato dall’ansia di emergere e di essere ricordato dal pubblico per cui fa del male a un attore che non riteneva abbastanza bravo per non farlo recitare, ma poi litiga più volte col suo folle sostituto (interpretato da Edward Norton) perché troppo bravo gli rubava la scena! Sulla stessa lunghezza d’onda ma con un’obiettivo più personale vi è la figlia di Riggan, interpretata da una splendida Emma Stone, che appena uscita da un centro di disintossicazione lavora come assistente del padre e non ambisce ad altro che non sia essere notata da lui. Più volte la troviamo seduta su una balconata come se volesse buttarsi di sotto e totalmente stanca di vivere, cosa che non fa mai perché Norton glielo impedisce. Geniale è il metodo usato dal regista per “risolvere” e allo stesso tempo “descrivere” il dramma della giovane protagonista: il gioco “obbligo-verità”. Così Norton ha dovuto dire quanto poco Emma, nonostante tutti i suoi tentativi, fosse invisibile: l’aveva notata, si era accorto che c’era e questo dà una svolta al personaggio interpretato dalla Stone che finalmente, forse per la prima volta, si è sentita amata semplicemente per quello che era.
Originale a dir poco è il finale poi perché tutto il film è una descrizione del desiderio di emergere di Riggan e ruota attorno a questo personaggio e alla fine, anche se in modo”bizzarro”, questo successo lo ottiene: la figlia gli mostra che ha ottenuto oltre 80000 follower su twitter in meno di un’ora e gli dimostra di averlo perdonato, ma evidentemente visto il finale questa “fama” al protagonista non era più sufficiente.
Se pensiamo alla realtà è quasi incomprensibile che negli ultimi anni molti divi di Hollywood come Philip Seymour Hoffman, Robin Williams, Rock Hudson e qualche anno fa Amy Winehouse si siano tolti la vita. Come è possibile? Loro hanno tutto: fama, denaro, successo…Quel loro stesso desiderio di fama e successo però lo abbiamo tutti e il rischio di vivere come Riggan lo sento molto presente nelle giornate: c’è un enorme differenza ad esempio tra lavorare cercando di farlo meglio che si può e lavorare con il solo obiettivo di “fare carriera”!
Nel finale il regista mi è sembrato fornisca un’ipotesi di risposta a questa alternativa in un dialogo tra Riggan e sua moglie prima dell’ultima scena dello spettacolo teatrale. Riggan lì dice di rimpiangere più di ogni altra cosa di essersi perso tutto nella vita, e fa lo splendido esempio di quando ha filmato la nascita della figlia invece di stare con sua moglie a vivere quel momento.
E’ forse proprio questo allora il punto: forse per accorgersi di essere amati bisognerebbe “solamente” vivere ciò che accade avendo gli occhi aperti per guardare le cose per quello che realmente sono e non per l’immagine che su di esse ci siamo fatti e costruiti.