Dialogo tra un bambino e la sua mamma sotto le bombe di Raqqa

In questi giorni, a seguito dei tragici fatti di Parigi, io, così come chiunque, superato l’orrore e la rabbia per quanto accaduto, ho iniziato a pormi la domanda…e allora adesso? Cosa possiamo fare per fermare questi pazzi? 

Hollande ha risposto per noi iniziando bombardamenti massicci contro lo Stato Islamico e la sua capitale, Raqqa. Una parte di me è totalmente d’accordo perché pensa che la guerra contro l’Isis sia “solo” un atto legittimo di difesa ma un’altra, sarà anche per paura, mi ha portato a pensare a un bambino nato a Raqqa che non vede nulla se non degli aerei che gli bombardano la casa e non sa nulla se non quello che gli dicono i suoi genitori..ecco allora un dialogo ho immaginato tra lui e la sua mamma:

“Mamma scusami…posso chiederti una cosa?”

“Certo piccolo!”

“Perché ci sono tutti quei lampi nel cielo, e poi anche tutte quelle esplosioni e quel fuoco che non smettono mai…?!”

“Piccolo mio…ci sono persone nel mondo che fanno cose brutte e non vogliono che noi siamo felici”

“Perché non vogliono che siamo felici mamma?”

“Perché pensano che siamo cattivi”

“Ma noi siamo cattivi mamma?”

“No figlio mio no che non lo siamo…siamo semplicemente fedeli alla sacra legge musulmana ma molti, in questo mondo, non la capiscono e pensano sia malvagia”

“E hanno ragione mamma?”

“No figlio mio non hanno ragione, sono loro i cattivi, li chiamiamo infedeli perché non credono e non seguono la legge dell’unico Dio…Allah!”

“Ma papà non è mai a casa per colpa loro?”

“Si…il tuo papà è forte e coraggioso e combatte per difenderci e per andare in paradiso!”

“Mamma….ma secondo te anche io posso diventare come papà? Vorrei tanto essere coraggioso e forte come lui!”

“Lo sei già bello mio!”

“Mamma senti posso dirti un segreto….? A me quei lampi nel cielo e quei botti però fanno tanta paura…”

“Anche a me piccolo anche a me, ma non temere, siamo noi i buoni e alla fine vinceremo!”

“Mamma senti…ma visto che papà non c’è, posso dormire nel letto con te?”

“Certo piccolo mio vieni qui dalla tua mamma, sei al sicuro qui…”

Io, come tutti, voglio che l’Isis e il terrorismo vengano fermati e non ho la pretesa di dire come si possa fare (se vi interessa questo tema è pieno di pseudo-esperti in giro che ne han parlato)…la sola cosa che mi viene in mente però, osservando la veemente e naturale reazione del governo francese da un lato, e immedesimandomi in un bambino nato dentro lo stato islamico dall’altro, è che io non sono migliore di lui ma sono solo stato più fortunato a nascere a Milano. 

Non sarebbe forse bello però che anche per lui, così come per un bambino nato a Parigi, a Milano, a New York, a Mumbai o in Nigeria, ci sia una possibilità di salvezza in questo mondo…?! 

La guerra però questa possibilità te la toglie.

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4 pensieri su “Dialogo tra un bambino e la sua mamma sotto le bombe di Raqqa

  1. Propongo una riflessione in risposta a questo tuo intervento. Sulla falsa riga del tuo dialogo immaginario, ti propongo di seguire brevemente la storia di un giovane ragazzo tedesco chiamato Konrad, mai realmente vissuto ma possibilmente esistito attraverso gli atti e la storia di molti altri uomini della sua generazione.

    Konrad nasce agli inizi del 1916 a Stoccarda, da una famiglia della nascente borghesia media tedesca. Il padre è ufficiale dell’esercito imperiale tedesco e combatte sul fronte occidentale. Muore nella battaglia di Verdun nell’autunno di quello stesso anno. Di lui Konrad non avrà nessun ricordo, se non la vaga immagine nella sua memoria di un viso scavato dalla fame e sconvolto dall’angoscia.

    Il nostro bimbo ha ora circa 6 o 7 anni, e patisce la fame, quella vera, di quando non si sa se il giorno si potrà avere anche solo un pezzo di pane. Le condizioni di pace oltremodo punitive hanno distrutto l’economia tedesca; l’inflazione è alle stelle; il prezzo del pane decuplicava di settimana in settimana; le violenze per strada erano diventate fenomeno comune; la fragile repubblica di Weimar sembrava dovesse cadere in pezzi da un minuto con l’altro.

    – Mamma, ho fame… – si lamenta Konrad, con lacrime agli occhi
    – Vieni qui piccolo mio – risponde la madre prendendolo in braccio – non pensare alla fame e dormi, domani andrà meglio – mentre la sua mente è stretta dall’ansia di non sapere come sfamare il proprio figlio il giorno seguente
    – Perché dobbiamo aver fame?
    – Colpa della guerra, caro… ma queste sono cose dei grandi, dormi e non pensarci
    – Anche che papà non c’è è colpa della guerra, vero?
    – Sì… – e non dice altro, perché si perde nei ricordi…il viso di suo marito, le sue mani, il suo corpo… e poi quell’ultimo saluto dal treno, a fine agosto, alla fine delle poche settimane di congedo che aveva ricevuto in premio…
    – Non poteva stare a casa con noi?
    – No, non poteva… Doveva difendere me e te, la nostra casa, la nostra città, il nostro paese, che francesi e inglesi volevano portarci via…adesso si dicono nostro amici ma intanto ci hanno ridotti alla fame… Ma basta adesso con question discorsi, dormi – lo bacia e lo carezza.

    Il giorno dei suoi 20 anni Konrad si risolve finalmente a compiere il grande passo su cui a lungo aveva meditato. Si arruola nelle SS. Vuole dare la propria vita per questa nuova Germania, forte, operosa, solida, sicura. La Germania per cui suo padre era morto e che lui non aveva mai potuto conoscere. Negli ultimi anni ha dedicato sempre più tempo a studiare a fondo gli eventi della storia recente, le cause della sconfitta tedesca e del disastro economico, i motivi della sofferenza di questa grande nazione… e più studia, più sente le parole del Führer come l’espressione semplice e chiara delle sue stesse idee. Ora ha deciso: è pronto a dare la vita per la speranza di questa nuova Germania.

    La neve copre i tetti in lamiera delle baracche, mentre Konrad osserva gli alti camini che emettono fumo nero senza sosta e fuma la sua sigaretta – è l’inverno del 1942 e Konrad è fra gli ufficiali SS selezionati per la conduzione del campo di Auschwitz.

    – Questo posto fa schifo – e spegne il mozzicone della sigaretta sulla pelle di un prigioniero ebreo, incolonnato con gli altri di ritorno dai lavori della giornata. Il prigioniero si sforza di non reagire, per non rischiare punizioni peggiori. Konrad lo nota e ne è indispettito, ma lo lascia andare… vuole qualcuno facile, non vuole far fatica oggi…

    – Fermati! Sull’attenti – intima ad un prigioniero che ubbidisce prontamente – Controllo scarpe. Toglitele e consegnamele – Il prigioniero ubbidisce; alle sue spalle la colonna di prigionieri ebrei continua a sfilare di ritorno alla baracche. Konrad prende in mano i duri e sporchi zoccoli di legno – che schifo, dovrò disinfettarmi – mormora fra sè. Li osserva per un buon minuto, poi li lancia via lontano in mezzo al campo coperto di neve. – Ora corri a prenderle – il prigioniero esita – è un ordine – ubbidisce e cammina veloce a cercare le scarpe. Un colpo di pistola. Secco. Improvviso. Alla nuca. – Uno schifoso di meno – A rapporto dall’ufficiale più alto in grado, Konrad segnalerà un tentativo di fuga che lui è stato costretto ad impedire con l’uso della violenza. Un gesto che gli varrà una menzione di merito.

    Al di là di ogni possibile cultura, ideale o ideologia, esiste un livello di violenza che non può essere giustificato. Come la filosofia del ‘900 ci ha insegnato, ogni potere ha un’ effetto formante sulla cultura, e dunque sulla percezione della realtà, di coloro su cui agisce. Ad ogni uomo rimane però il dovere di riconoscere e rifiutare tutti quegli atti che sono disumani. Il crescere, vivere ed essere permeati da una particolare cultura non può costituire giustificazione ad atti di disumanità e estrema efferatezza. Molto è stato discusso in merito negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, in contemporanea ai processi ai membri del partito nazista e dell’esercito tedesco. Hannah Arendt propone un’acuta riflessione nel suo La banalità del male. L’incapacità di pensare non è giustificazione alla violenza e all’efferatezza.

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    • Ciao e grazie innanzitutto per la tua riflessione!

      Concordo con quanto dici, sebbene quel che interessava dire a me con l’articolo fosse altro (magari non ci sono riuscito eh…).

      Vedendo la reazione di Hollande mi sono venute in mente le parole di Sartre: “basta che un uomo odi un altro perché l’odio vada correndo per l’umanità intera”.

      La più grande preoccupazione che personalmente oggi ho infatti è che i bambini europei, i nostri figli, non odino e non siano odiati da chi si è invece trovato a nascere da padri e madri che, sebbene ingiustificatamente, odiano noi invece.

      Vedersi le bombe cadere sulla testa, hai ragione, non giustifica atti come quello di Parigi di settimana scorsa in cui sono state colpite persone innocenti, ma certamente rende sempre più lontana la meta di costruire un mondo in cui i popoli non si odiano tra loro.

      Solo questo mi interessava dire.

      Grazie ancora per la tua riflessione e per il suo contenuto oggettivamente vero.

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