Grexit: il fallimento di una Unione Europea che ha dimenticato le sue origini

La notizia di apertura di tutti i notiziari riguarda la rottura delle trattative tra la cosidetta Troika (BCE, FMI ed Eurogruppo) e il governo greco guidato dal premier Alexis Tsipras.

Ma cosa sta realmente succedendo e che cosa c’è effettivamente in ballo dietro la “tragedia greca” che si sta consumando in queste ore?

Senza voler entrare nei dettagli economici,  anche un bambino capirebbe che se la Grecia, per ridare 1,6 miliardi al FMI, necessita di un prestito di 7,4 miliardi, c’è qualcosa che non quadra. Come mai allora si è arrivati a un muro contro muro, con Tsipras che ha giudicato “inaccettabili” le condizioni imposte dalla Troika per continuare a sostenere l’economia ellenica?

Il piano di aiuti alla Grecia ebbe inizio nel 2010, con aiuti da parte della UE, attraverso il pacchetto salva-stati (EFSF, European Financial Stability Facility) dell’Unione Europea. Per ottenere questi aiuti, ai governi che si sono da allora succeduti alla guida della Grecia, sono stati chiesti pesanti sacrifici. Tagli alle pensioni, privatizzazioni, tagli ai salari e al numero dei dipendenti pubblici, revisioni della spesa in ogni settore dei servizi erogati dallo stato. La disoccupazione veleggia stabilmente oltre il 25%, e il PIL greco è in continua picchiata. Si capisce bene quindi perché molti greci siano esasperati dalle continue richieste di rigore imposte dall’Europa.

D’altra parte, l’Unione Europea sostiene che  non si può rinegoziare o fare sconti al governo greco. Politiche scellerate del passato hanno condotto la Grecia sull’orlo del baratro dove si trova ora. È quindi evidente a tutti che sono necessarie profonde riforme. Per esempio, è assurdo che l’età pensionabile si attesti intorno ai 55 anni. E se si rinegoziasse il debito greco, cosa direbbero gli altri stati (Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda) sottoposti anche loro negli anni passati a pesanti sacrifici?

A mio parere, la radice del problema esula dall’aspetto meramente economico-finanziario. È un problema di ragionevolezza. Infatti, credo sia irragionevole pensare di imporre ulteriori sacrifici a uno stato in cui il 25% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Autorevoli fonti all’interno del Fondo Monetario Internazionale stimano che allo stato attuale, con le politiche imposte dalle UE, alla Grecia servirebbero 60 anni per tornare ad avere il PIL che aveva prima della crisi. 60 anni! Come può un governo accettare queste condizioni per il suo popolo?

Bene ha fatto Tsipras a giudicare “irricevibili” le proposte della Unione Europea. Con un po’ di ragionevolezza in più, il problema potrebbe essere risolto. Magari prolungando le scadenze delle rate del debito greco, o per esempio scontandone una parte. Mi ricordo negli anni scorsi quanti concerti, quanti volti noti del panorama internazionale, si spendevano per la cancellazione del debito ai paesi in via di sviluppo. Quante di queste celebrità hanno speso una parola sulla situazione greca?

La realtà è che manca da parte della UE la volontà politica di venire incontro al dramma di un popolo ridotto in stato di povertà. E una politica che non guarda in faccia le persone ma, al contrario, è più preoccupata di uno 0,07% di differenza sul gettito dell’IVA, è una politica che non mi appartiene, ma soprattutto è una politica che ha tradito lo spirito fondativo della Unione Europea. Una Europa come quella di oggi è dannosa e non serve a nulla.

I padri fondatori della UE, il Beato Robert Schumann, Konrad Adenauer, e anche Alcide De Gasperi, furono dei veri rivoluzionari. Ebbero infatti l’idea di unificare ciò che, lungo i secoli, era stato motivo di litigio e guerre tra Francia e Germania: le regioni  dell’Alsazia, della Lorena e della Ruhr, ricche di materie prime chiave, quali il carbone, furono gestite in comune dal punto di vista produttivo. Da lì sarebbe nata la CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, antenata della odierna Unione Europea.

Oggi invece assistiamo ad una deriva tecnocratica e burocratica delle Istituzioni Europee, molto più attente a mantenere il loro potere acquisito e al limite a controllare che i vari stati “facciano i compiti a casa”. Proprio per questo a Tsipras va tributato un grande coraggio per avere affermato che “non vogliono cacciare la Grecia dalla UE, volevano cacciare questo governo”.

A tale proposito, bisognerebbe ricordarsi di quanto accaduto in Italia nel 2011, quando Berlusconi si dimise per fare posto al “salvatore della Patria” Mario Monti e al suo (pessimo) Governo dei Tecnici, tra cui ricordiamo il Ministro Fornero e tutti i disastri da loro combinati nel nome del “ce lo chiede l’Europa”. È interessante ricordare come gli eventi di quel Novembre burrascoso, con lo Spread oltre quota 500 e l’Italia sotto attacco della speculazione internazionale, furono segnati dalle dimissioni di Silvio Berlusconi. Con un particolare non secondario: le dimissioni arrivarono la sera del 12 Novembre. Il giorno prima, il titolo di Mediaset aveva perso il 12%. Pura coincidenza? A voler pensare male, si potrebbe dire che la UE cercava un “killer politico” che potesse applicare le riforme imposte dall’Europa e che Berlusconi non avrebbe potuto applicare. Probabilmente lo stesso gioco che i burocrati di Bruxelles hanno tentato di portare avanti nei confronti del Governo greco. Di fronte a questo, bisognerebbe solo applaudire un capo di governo che ridà, attraverso il referendum del 5 luglio, la sovranità al popolo. E fanno quasi sorridere le reazioni dell’Eurogruppo Dijsselbloem a riguardo: “il referendum è una scelta di chiusura triste”. A questo signore olandese dal nome impronunciabile, verrebbe da chiedere che leggitimazione popolare ha per poter affermare una cosa del genere. La risposta, scontata, è nessuna. Nessun cittadino europeo ha mai votato per eleggere né lui, né alcuno dei membri della Commissione Europea. Eppure questi organi incidono fortemente sulla vita di ogni cittadino dell’Unione Europea.

In conclusione, io credo fortemente che per fare fronte agli scenari geopolitici e alle sfide che si prospettano nel futuro, sia necessaria più Europa, più integrazione. La crisi umanitaria nel Mediterraneo, la lotta al Terrorismo internazionale, la crisi Ucraina, dimostrano come solo una Europa unita possa fare sentire la sua voce all’interno della comunità internazionale. Purtroppo ad oggi l’Europa non ha ancora dimostrato questa unità che, allo stato attuale, rimane solo sulla carta. Una unità che non può prescindere da una concezione che abbia al centro le persone e non, come purtroppo accade oggi, i vincoli  di bilancio e la burocrazia.

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