Immigrazione: Esempio di una Società che Regredisce

E’ passato oltre un mese dal 19 Aprile scorso, domenica in cui è avvenuta “la più grande tragedia del Mediterraneo”, nella quale oltre 900 persone hanno perso la vita nel tentativo di giungere sulle nostre coste.
Per giorni su ogni giornale il tema è stato posto in prima pagina e, in modo unanime, i grandi d’Europa hanno più volte sottolineato come l’Unione Europea effettivamente avesse fatto poco sino allora per evitare che drammi del genere accadessero.
Sinceramente tutti, dai premier dei vari paesi per arrivare sino agli organi di stampa e a noi comuni cittadini, sembrava fossimo realmente stati toccati da quel dramma.
A distanza di un mese e mezzo circa invece, è diventato evidente come ciò che è rimasto di quella tragedia, oltre che di quelle che sono avvenute prima e dopo di essa, sia forse solo il numero di vittime e qualche moralistico discorso su cosa sarebbe giusto fare.

In Europa si sono usate le ultime settimane infatti per discutere nel pratico unicamente di due proposte:

1. Distruggere i barconi prima che partano (come se cosi tutti i problemi di quei “pazzi” che li prendono rischiando di morire venissero risolti).

2. Le famigerate “quote migranti”: quel sistema che cioè obbligherebbe tutti gli stati dell’Unione a “prendere”, manco fossero pastiglie per il mal di testa, un certo numero minimo di migranti, diminuendo così il peso della loro accoglienza e integrazione che altrimenti sarebbe unicamente sulle spalle dei paesi di sbarco, Grecia e Italia.
La cosa singolare è che non solo alcuni paesi, Francia, Germania e Inghilterra su tutti, non sono per nulla a favore di questa “accoglienza”, ma anche che tutti gli altri, di fronte alla guerra e alla fame che spinge quegli uomini e quelle donne a rischiare la vita per venire in Europa, riescono a ragionare solo su come “spartirsi quelli che sopravvivono” e “impedire altre brutte domeniche in cui si sente al telegiornale di tragedie nel mare”.

Devo riconoscere che tutti forse ci sentiamo un pò a disagio parlando di questa tematica perché, sebbene accada sulle nostre coste, è lontana e con la nostra realtà quotidiana non ha nulla a che fare.
Chi di noi però, se si immedesima in uno di quei migranti, non prova per loro un sentimento perlomeno di tenerezza?
Chi di noi però vorrebbe essere trattato come un numero, una quota da spartire?
Chi di noi però, fuggendo dalla guerra, vorrebbe che questo gli venisse impedito?

Oggi il cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, parlando di questo argomento ha detto: “Il sistema delle quote per i migranti non è umano. L’Europa finora non ha avuto un programma per le immigrazioni. È sempre stata a rattoppare le urgenze. Adesso hanno fatto le quote per i rifugiati ed io trovo questa decisione veramente poco umana e poco cristiana. L’immigrazione è un problema che bisogna affrontare non nell’emergenza: bisogna avere un programma. Questa, infatti, è una realtà che c’è e ci sarà sempre di più. Quali sono le cause delle immigrazioni e le cause dei rifugiati? Per le migrazioni, la povertà; per i rifugiati, le guerre. Finché ci saranno povertà e guerre nulla cambierà”.

Ecco uno che guarda per davvero al dramma di quegli uomini e quelle donne che si imbarcano su quelle dannate carrette del mare.
Ecco uno a cui veramente la singola vita umana sta a cuore.
Ecco uno che dunque è in grado di andare al cuore del problema.

In aggiunta a questo Papa Francesco poi, incontrando l’associazione Scienza & Vita, ha dichiarato che “lasciar morire i nostri fratelli sui barconi è un attentato alla vita, così come lo sono la piaga dell’aborto, la morte sul lavoro per la mancanza di minime condizioni di sicurezza, il terrorismo, la guerra e anche l’eutanasia. Il grado di progresso di una civiltà si misura proprio dalla capacità di custodire la vita, soprattutto nelle sue fasi più fragili, più che dalla diffusione di strumenti tecnologici”.

In modo quasi inaspettato Papa Francesco ha definito tutti questi fatti “piaghe” ponendoli allo stesso livello, nonostante per l’opinione pubblica alcuni di essi siano ormai accettabili se non persino delle conquiste per l’uomo (eutanasia e aborto su tutti).

Il Papa ha poi aggiunto anche che “il grado di progresso di una civiltà si misura proprio dalla capacità di custodire la vita, soprattutto nelle sue fasi più fragili, più che dalla diffusione di strumenti tecnologici. Quando parliamo dell’uomo non dimentichiamo mai tutti gli attentati alla sacralità della vita umana”.

E’ proprio questo forse allora il problema…nonostante tutta la tecnologia che abbiamo e tutti i presunti “diritti” per cui lottiamo stiamo facendo tutto tranne che progredire! L’uomo regredisce se non tratta con valore la vita umana, se non vede un bene negli altri uomini e se per loro dunque non si adopera.
Se da un lato è vero forse che non sappiamo come “risolvere” il problema dei migranti, dall’altro è ancor più vero che non è questo il punto. Questa frase del Papa è infatti profondamente vera e valida anche per chi, come noi, con la guerra o la povertà non ha tanto a che fare.
Molti sostengono che la Chiesa dovrebbe farsi i fatti suoi, quel che sembra personalmente a me invece è che proprio dalla Chiesa venga la sola speranza di trattare le cose, tutte, per la verità che sono.

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