Che finale Fast & Furious!

Era lecito attendersi che “Fast and Furious 7” sbancasse i botteghini e conquistasse il pubblico in Italia e nel mondo. Che il settimo film della serie con Vin Diesel attirasse in sala frotte di spettatori, molti dei quali desiderosi di vedere sul grande schermo, per l’ultima volta, Paul Walker nel ruolo di Brian O’Conner, era infatti assolutamente prevedibile.

Guardando il film poi, da un certo punto di vista sembra quasi non sia cambiato niente rispetto ai capitoli precedenti della saga: forza bruta muscolare, donne dalla bellezza sconvolgente, auto che compiono inverosimili acrobazie (come saltare da un grattacielo all’altro), velocità esasperata e rischio, il tutto tenuto insieme da una grande amicizia e dalla volontà di tenere sempre unita e al primo posto la famiglia.

Parallelamente a questo, tutto il film è però guidato dal desiderio, da parte degli attori e del regista, di dare un degno finale a quello che realmente era diventato un loro amico. Per questo il ragione tutta la pellicola diventa un lungo saluto al personaggio interpretato da Paul Walker.

Ad essere sincero quando sono entrato al cinema per vedere questo film mi aspettavo, con sincera curiosità, di vedere come il regista lo avrebbe fatto morire, dando per certo che questo sarebbe avvenuto:
Sarebbe stato inscenato un incidente fragoroso?
Sarebbe morto salvando eroicamente sua moglie o suo figlio?
Sarebbe ignorato il fatto lungo lo sviluppo della trama e solamente alla fine ci sarebbe stato un saluto all’attore scomparso?

Con sorpresa invece il finale invece è stato questo:

Sconfitto il cattivo di turno infatti, tutti i protagonisti del film si ritrovano insieme in spiaggia e interrompono i loro discorsi quando, commossi ma non disperati, osservano Brian lontano giocare con suo figlio e sua moglie dicendo semplicemente che quello è il suo posto, e non con loro.
Subito dopo Toretto e O’Conner, amici nella saga quanto nella vita si ritrovano a guidare affiancati lungo un’autostrada in mezzo al deserto. Ed è lì che, con una ripresa aerea particolarmente toccante e con la splendida e dolce colonna sonora scritta da Wiz Khalifa ad accompagnare la scena, O’Conner prende l’uscita a sottolineare come le strade dei due protagonisti si stiano solo temporaneamente separando.

È oggettivamente raro e significativo il modo con cui alcuni uomini (non importa se sono attori famosissimi, innanzitutto sono uomini) hanno deciso di stare di fronte al fatto di un loro amico che non c’è più.
A dominare non è né la nostalgia o l’amarcord per i momenti vissuti insieme, cosi come non lo è neppure la rabbia per il drammatico evento accaduto. Con tutta la tristezza del caso infatti, i protagonisti salutano Paul e paiono più di ogni altra cosa contenti e grati di aver avuto l’opportunità di conoscerlo. Lo sembrano a tal punto che il saluto finale, non solo contiene la speranza, ma ha dentro la certezza che la storia, per il loro amico che non c’è più, non sia finita ma sia solo “cambiata”.
È questo clima, magistralmente creato dagli attori e dal regista, che rende vera e non moralistica la battuta finale di Vin Diesel rivolta all’amico Paul: «Non importa dove sei, se a un quarto di miglio o dall’altra parte del mondo, tu sarai sempre con me e sarai sempre mio fratello».

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Immigrati = Numeri

700 morti…no dannazione 850!
Più dei 366 di due anni fa;
Sono stati 3500 l’anno scorso;
E ieri una barca con altri 200 è naufragata sulle coste Greche;
Dicono che in un milione siano pronti a partire…

In questi giorni è diventato quasi un gioco…praticamente ogni talk show, ogni telegiornale, ogni partito ha stilato la sua personale “Classifica dei Naufragi nel Mediterraneo”, posizionandoli in ordine di importanza usando come unico parametro per farlo il numero di morti a seguito di ognuno di essi.

Dopo la classifica dei naufragi è partito il gioco della “Caccia al responsabile”:
Per alcuni è l’Europa che effettivamente, fino ad oggi, se ne è fregata;
Per alcuni è il governo perché ci sono le elezioni regionali e qualche voto in più non fa mica male;
Per alcuni sono quelli che si arrabbiano col governo perché sono irresponsabili;
Per alcuni sono i grandi governi mondiali che gli anni scorsi non hanno fatto nulla, o peggio, hanno favorito la nascita di questi gruppi terroristi;
Per alcuni invece è colpa degli immigrati stessi che dovrebbero starsene a casa perché da noi non c’è posto per loro;

Finito questo gioco è poi partito quello del “Cerchiamo una soluzione”, e allora:
C’è chi propone di fare un blocco navale e rispedire questi numeri a casa cosi diminuiscono.
C’è chi si arrabbia col governo perché si è stancato di ospitare tanti numeri nel suo paese.
C’è chi vuole che questi numeri diminuiscano ma non vuole che si vada in Libia o nei paesi da cui partono.
C’è chi vuole che, per risolvere il problema a questi numeri e non farli più partire, vengano distrutti i barconi.
C’è l’Europa che, come dopo ogni naufragio con numeri a tre zeri, dice “ora basta”.

Domenico Quirico su “La Stampa” oggi scrive che davanti al grande tram tram mediatico dell’informazione che attendeva ieri sul molo di Catania l’arrivo di morti e sopravvissuti lucidando le macchine da presa e ungendo la prosa delle domande, ha sentito grande senso di scoramento e di personale sconfitta.
Perché non riusciamo ad andare oltre i numeri?
Perché riduciamo a becere cifre il dolore di ciascuno di quei migranti?
Perché si tenta sempre di ipotizzare fantasiose e banali soluzioni di fronte ai drammi del nostro tempo?
Come poi queste bambinesche “soluzioni” sono utili per chi su quei barconi ci è morto?

Il problema dell’emigrazione pare essere diventato “solo” un problema sociologico, un problema di modelli di tendenze, di flussi di tollerabilità. L’impressione è che l’uomo oggi non sia capace di stare di fronte al dolore e allora fugga da esso.
Il Papa lo scorso Gennaio, davanti a una bambina nel suo viaggio nelle Filippine che le chiedeva perché accadevano cose terribili, ha messo da parte i fogli e detto che per stare di fronte ad alcune domande non bastano le parole ma si ha bisogno delle lacrime.

Solo quando diverremo capaci di piangere di fronte ai drammi dell’uomo, potremo forse imparare a starci di fronte con la schiena ritta, da uomini. Quel giorno magari oltre tutti quei numeri potremo forse vedere qualcosa di più.

Negare l’evidenza

A quanti ragazzi sarà capitato di prendere un brutto voto a scuola e, tornati a casa dalla mamma, negare anche solo di essere stati interrogati?!
A quanti ragazzi sarà capitato di fare una scemenza e nasconderla ai genitori fino a diventare indifendibili?!
A quanti genitori sarà capitato di negare con amici e parenti che i figli facevano fatica a scuola?!
A quanti adulti sarà capitato di fare un errore a lavoro e nasconderlo al capo il più a lungo possibile per non subire rimproveri?!
A quante donne sarà capitato di inventarsi che sono brave a cucinare e stirare solo per farsi belle davanti a un uomo?!
A quanti responsabili di aziende sarà capitato di dire che loro vogliono che le donne lavorino quanto gli uomini, ma poi incazzarsi se queste restano incinte?!
A quanti di noi, grandi e piccoli, quando si esce e si discute con gli amici capita di non dire ciò che in realtà si pensa per paura di essere esclusi dal gruppo?!
A quanti uomini nel mondo sarà capitato di dire che il calcio nella vita non era abbastanza per loro solo perché in realtà non erano poi cosi bravi?!
A quanti tifosi del Milan e dell’Inter oggi viene voglia di rinnegare la loro fede calcistica se qualcuno gli chiede che squadra tifano?!
A quanti bambini sarà capitato di dire che Charizard era il loro pokemon preferito solo perché non riuscivano a catturare MewTwo?!

Tutti noi nelle situazioni scritte sopra ci siamo comportati come dei giganti rispetto a quanto invece oggi il governo turco, negando il genocidio armeno del secolo scorso e attaccando il Papa per averlo semplicemente ricordato, sta urlando scleroticamente al vento.

I governi mondiali, quello italiano in primis, con il loro assordante silenzio dichiarano che la verità viene dopo la difesa dei propri personali interessi.

Il Papa, con le sue parole, mostra al mondo cosa voglia dire essere liberi e, per dirlo come lo ha detto lui, franchi.

La vittoria dell’Orgoglio e della Dignità

Sabato 11 Aprile,
ore 20:00,
Stadio Ennio Tardini di Parma,
30esima giornata del campionato di serie A di calcio
Parma vs Juventus

Quel giorno, quell’ora e quel luogo hanno dato origine a un evento che, certamente non sarà ricordato nei libri di storia, ma che quantomeno merita di essere sottolineato. Per delineare quanto accaduto va descritto il momento che stavano attraversando le due squadre.

Da un lato il Parma:
squadra ultima in classifica,
squadra fallita,
squadra con il presidente in carcere,
squadra con giocatori e staff che non vedono il becco di un quattrino da mesi,
squadra che non sa che campionato giocherà il prossimo anno.

Dall’altro lato la Juventus:
squadra prima in classifica e assoluta dominatrice del campionato,
squadra ai quarti di Champions League e in finale di Coppa Italia,
squadra con giocatori e staff che guadagnano parecchio,
squadra che è certa di vincere il suo quarto scudetto consecutivo (non lo dicono ma sanno benissimo che è cosi).

Ebbene ieri queste due squadre si sono affrontate e, contro ogni possibile pronostico, dall’incontro è risultato vincitore il Parma. Dopo l’1-1 a San Siro contro l’Inter e la vittoria per 1-0 contro l’Udinese nel recupero, continua la favola di questa squadra e di questa città che, non appena ha ritrovato un minimo di stabilità e di equilibrio, si è concessa un trionfo storico al Tardini contro la prima della classe, portando a termine una incredibile settimana in cui ha conquistato un’inaspettato bottino di ben sette punti.
La cosa più straordinaria non è poi che la Juve giocasse svogliata e con le riserve ma che una squadra certa dell’ultimo posto in classifica abbia avuto la forza di permettere a giocatori sicuri che la lasceranno a fine anno, di allenarsi come se dovessero ottenere un grande obiettivo, per cui questi giocatori ieri avevano più fame e voglia di vincere della Juve (cosa impossibile anche solo da immaginare).
Molto spesso si dice che i calciatori guadagnano troppo, che sono degli ignoranti, che da loro non ci si può aspettare grandi insegnamenti…e invece il Parma ieri ha insegnato qualcosa all’Italia, e lo ha fatto grazie a un pubblico che ha dimostrato un’intelligenza e un sostegno incondizionato in questi mesi assolutamente raro per il mondo in cui siamo; e soprattutto grazie a una squadra e un allenatore che nonostante tutto quanto accaduto sono sempre rimasti sul pezzo spinti dal gratuito desiderio di dimostrare il loro valore nonostante nessuno di loro sia più in dovere di farlo.

Ebbene sì è capitato qualcosa di singolare ieri sera, qualcosa che merita di essere scritto e raccontato…ieri sera l’orgoglio e la dignità hanno sconfitto i soldi e questa, per il mondo in cui viviamo, è un’assoluta novità.

Il sabato di un milanese vs il sabato di un meridionale

Meglio il sabato del nord o meglio il sabato sud? Meglio il sabato dei polentoni o meglio quello dei terroni?
Basta parole e ipotesi contano i fatti: leggete e decidete chi essere…

Il milanese il sabato non mette la sveglia ma comunque si alza entro le 9 perché il suo corpo ha bisogno di mettersi in movimento e non ce la fa a stare cazzo fermo.
Il milanese il sabato può addirittura poi dedicare quasi cinque minuti alla colazione: lusso che in settimana ovviamente è impossibile permettersi altrimenti l’economia cazzo non gira.
Il milanese il sabato può dedicarsi alla cura del suo corpo perché deve essere un figo del porco diaz e durante la settimana non c’è mai tempo. La soluzione migliore allora è la piscina: lì ognuno si fa “li cazzi sua”, nessuno ti sta addosso e le tipe si sentono libere di mettersi in reggiseno e mutande per essere guardate.
Il milanese il sabato a pranzo mangia un insalatina veloce e poi, raccattati i suoi amici milanesi, parte subito per la casa in montagna o al lago che ovviamente ha, altrimenti non sarebbe un milanese.
Il milanese il sabato, come ogni altro giorno del resto, quando viaggia connette l’i-phone alla macchina e mette la musica a tutto volume perché non ha cazzi di sentire parlare nessuno.
Il milanese poi, mentre è in macchina, ordina al macellaio di fiducia la carne giusta cosi quando arriva alla sua casa in montagna può cominciare subito a grigliare visto che lui è un leader e organizzare eventi è nella sua natura.
Il milanese prima di cena ovviamente si spara comunque un ape fatto bene bevendosi un cocktail di quelli giusti “perché l’acqua fa ruggine e la birra è per i poveri”.
Il milanese finita la grigliata non pulisce mai (qualche Giargiana lo fa per lui) ma porta le tipe a “vedere le stelle” e le conquista indicando con tutto il falso romanticismo di cui è capace le costellazioni presenti nella Via Lattea.
Il milanese va a letto contento della giornata ma incazzato perché è finito il sabato e allora ormai è quasi lunedì.

Il meridionale il sabato non mette la sveglia e si sveglia non prima delle 11.
Il meridionale il sabato mangia cappuccio e brioche per colazione e passa almeno tre quarti d’ora al bar parlando con gli altri clienti e con il titolare perché conosce tutti lui.
Il meridionale il sabato fa il giro di tutti i 3500 parenti che ha perché la famiglia è la cosa più importante del mondo e non si può mica essere come quei “frigidoni del nord”.
Il meridionale il sabato pranza dalle 14 alle 17.30 dalla nonna con tutti i parenti più stretti perché mangiare è la cosa più bella del mondo e quelli del nord che fanno le diete sono tristi.
Il meridionale quando viaggia ha il finestrino abbassato perché deve salutare tutti quelli che incontra urlandone il nome.
Il meridionale il sabato sera va nella sua casa al mare e per il viaggio sua madre gli dà succhi di frutta, melanzane alla parmigiana, pasta fredda, pittule e pane fresco perché non si sa mai che magari gli viene fame.
Il meridionale ama la sua terra e quindi il sabato sera, come ogni altra sera, beve vino rosso del sud perché i vigneti migliori del mondo “sono quelli del paese suo”.
Il meridionale finito di mangiare le cose che sua mamma ha preparato per lui e per i suoi amici meridionali non pulisce (tanto domani passa mamma a sistemare) ma porta le tipe in spiaggia e, suonando la chitarra attorno a un falò improvvisato per inebriarsi i fumi tossici che questo genera, le conquista una dopo l’altra.
Il meridionale va a letto contento della giornata e basta.

La Via Crucis nel XXI Secolo – I Veri Perseguitati di oggi sono i Cristiani

Ormai lo sapete tutti, anche se a dirla tutta la notizia ci ha messo un po’ a venire assimilata e discussa nei salotti di noi privilegiati cittadini dell’occidente civilizzato: ieri 147 studenti Cristiani all’università di Garissa in Kenya sono stati brutalmente uccisi da un commando di islamici del gruppo terroristico Shabaab affiliato ad Al Qaeda. Sembra impossibile credere ai racconti della strage che sono riportati, in alcuni casi con gravi omissioni di particolari, sui giornali di oggi: gli 815 studenti del campus sono infatti stati radunati nelle aule dell’università per essere poi divisi secondo la loro fede di appartenenza: i musulmani che sapevano recitare a memoria i versi del Corano sono stati liberati, i cristiani invece li hanno uccisi.
Fa specie paragonare la sollevazione popolare avvenuta dopo la strage di Charlie Hebdo con il silenzio assordante con cui è stata accolta ieri la notizia della strage dei Cristiani in Kenya, ultima di una serie continua di eventi che stanno colpendo chi crede in Gesù Cristo e nella Chiesa.
Secondo il “Pew Research Center” di Washington i Cristiani sono discriminati in 139 paesi, ovvero il 75% dei paesi riconosciuti nel mondo.
Vi starete chiedendo però ora quale sia il punto del discorso: beh la questione è che nonostante queste tragedie la mobilitazione internazionale, se si escludono i continui richiami di Papa Francesco, è pressoché assente (i grandi del mondo sono impegnati a stringere accordi per il nucleare in Iran in questi giorni non han mica tempo per altro). La cosa ancora più impressionante è forse la mancanza di informazioni riportate dai media…
La Francia presa a modello di laicità e che tutti hanno giustamente sostenuto dopo gli attentati di Parigi non ha degnato ad esempio di grande attenzione l’attacco ai Cristiani in Kenia: pensate che ieri su Le Monde la notizia dell’attentato era solamente in fondo al sito…
Cesare Martinetti su “La Stampa” di oggi fa interessante riflessione: “Di integralismo si può morire per le fucilate degli uomini del Califfato, ma si può anche morire per la stupidità di quelli che hanno fatto della laicità un nuovo integralismo e non una difesa di esso”.
Pochi sanno ad esempio che la metro Parigina ha recentemente censurato l’annuncio di un concerto di un trio di sacerdoti cattolici con lo scopo di raccolta fondi per i cristiani perseguitati in Oriente perché “la Francia è un paese laico e non può permettersi di fare pubblicità a una religione e non a un’altra, e chi se ne frega se questa farebbe del bene a qualcuno…”
Non domi di tutto questo, visto che si può dire qualsiasi cosa ma è innegabile che l’Europa e tutta la cultura Occidentale siano fondate sul Cattolicesimo, sono partite anche le prime battaglie per cambiare l’appellativo di tutti i comuni che ad oggi riportano un nome cattolico, sempre a favore della grande laicità di stato.
In tutto questo poi i Cristiani non sono liberi di esprimere un’opinione riguardo cosa sia un diritto e cosa no e devono resistere agli attacchi di chi, i terroristi islamici, vorrebbero eliminarli con la forza; ma anche di chi, con uno stile più occidentale, preferisce usare tecniche più raffinate per togliere di mezzo loro e il loro pensiero “retrogrado”.

Verrebbe quasi da chiedersi se vale la pena essere Cristiani quando tutto è contro la Cristianità.

Fa specie poi che tutto questo accada proprio oggi, Venerdì Santo, giorno della morte in croce di Gesù. Sorge spontanea quasi la domanda: “Dove sei Dio, se hai potuto creare un mondo così, se permetti impassibile che a patire le sofferenze più terribili siano i più innocenti?”
A questo ha risposto ieri Papa Benedetto XVI attraverso un articolo pubblicato sul Corriere della Sera:

http://www.corriere.it/cultura/15_aprile_02/gli-spettatori-male-che-non-vedono-dio-ca7d9884-d8f4-11e4-938a-fa7ea509cbb1.shtml

Benedetto, parlando di tutti i Venerdì Santi sopportati dall’umanità nel XX secolo, dice:

“Il momento più tremendo della Passione è quello in cui, al culmine della sofferenza sulla croce, Gesù grida: <Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?>. Oggi è come se tutti fossimo posti letteralmente in quel punto della passione in cui essa diviene grido di aiuto al Padre. Si tratta di una domanda che non è possibile dominare con parole e argomentazioni. E’ una domanda che può solo essere vissuta, patita: con colui e presso colui che sino alla fine l’ha patita con noi e per tutti noi. Va notato però che Gesù non constata l’assenza di Dio, ma la trasforma in preghiera. Se vogliamo porre il Venerdì Santo del ventesimo secolo dentro il Venerdì Santo di Gesù, dobbiamo far coincidere il grido d’aiuto di questo secolo con quello rivolto al Padre, trasformarlo in preghiera al Dio comunque vicino. Gesù ha veramente preso parte alla sofferenza dei condannati, mentre in genere noi, la maggior parte di noi, siamo solo spettatori più o meno partecipi delle atrocità di questo secolo. È curioso che l’affermazione che non può esserci più alcun Dio, che Dio dunque è totalmente scomparso, si levi con più insistenza dagli spettatori dell’orrore, da quelli che assistono a tali mostruosità dalle comode poltrone del proprio benessere e credono di pagare il loro tributo e tenerle lontane da sé dicendo: «Se accadono cose così, allora Dio non c’è». Per coloro che invece in quelle atrocità sono immersi, l’effetto non di rado è opposto: proprio lì riconoscono Dio. Ancora oggi, in questo mondo, le preghiere si innalzano dalle fornaci ardenti degli arsi vivi, non dagli spettatori dell’orrore. Non è un caso che proprio quel popolo che nella storia più è stato condannato alla sofferenza, che più è stato colpito e ridotto in miseria sia divenuto il popolo della Rivelazione, che ha riconosciuto Dio e lo ha manifestato al mondo. E non è un caso che l’uomo più colpito, che più ha sofferto – Gesù – sia la Rivelazione. Non è un caso che la fede in Dio parta da un capo ricoperto di sangue e ferite, da un Crocifisso; e che invece l’ateismo abbia per padre Epicuro, il mondo dello spettatore sazio”.