“La Notte” di Elie Wiesel: Autobiografia del dolore

Oggi, cosi come da qualche anno a questa parte, è uno strano giorno della memoria. Ci sono infatti sempre meno persone in vita che hanno vissuto quei drammatici anni e dunque, con la loro mancanza, anche l’efficacia dei racconti viene meno. In un momento infatti dove una parte del mondo tenta in ogni modo di far rivivere l’orrore nazista dobbiamo impegnarci tutti per non dimenticare cosa è accaduto meno di 70 anni fa in Europa. Grazie al cielo però esistono dei libri autobiografici su quegli anni: sono esistiti cioè uomini che hanno fatto il drammatico sforzo di raccontare ciò che hanno vissuto. Elie Wiesel rappresenta uno di questi e racconta la sua esperienza, fatta a 15 anni, nel campo di concentramento di Auschwitz.
“La notte” è un libro che lascia interdetti perché viene naturale chiedersi come sia stato possibile che degli uomini abbiano compiuto quegli orrori. Anche Elie se lo chiede e nel libro si vede chiaramente gli effetti devastanti che su di lui e sui suoi compagni, come uomini non più trattati come tali, abbia avuto il campo di concentramento: la perdita della fede ne è solamente l’aspetto più eclatante. Questo cambiamento non ha però nulla di scandaloso ma anzi rende questa autobiografia più vera e interessante perché pone il lettore di fronte alle stesse domande del protagonista.
Questo è dunque uno di quegli esempi che abbiamo la fortuna di avere noi che quella follia non l’abbiamo vissuta: certe cose si devono sapere ed è drammaticamente bello che proprio chi la ha vissuta abbia deciso di riviverla per raccontarlo a tutti.
“[…]un sudore freddo mi copriva la fronte, ma gli dissi che non credevo che si bruciassero degli uomini nella nostra epoca, che l’umanità non l’avrebbe più tollerato…
– L’umanità? L’umanità non si interessa a noi. Oggi tutto è permesso, tutto è possibile, anche i forni crematori…”

Elie nel libro scrive che i campi di concentramento hanno mostrato che l’umanità è morta e che nulla ha senso e significato. Solo il fatto che però poi lui, e come lui tanti altri sopravvissuti a quell’esperienza, ci abbia raccontato la sua esperienza lasciandocela in eredità dimostra che non è vero: perché interessarsi a far sapere cosa è accaduto se non ha senso più vivere?!
Vale la pena leggere queste autobiografie perché sono esempio stupefacente di come, nonostante si sia vissuta l’esperienza peggiore del mondo, la nostra umanità non possa venire distrutta ma anzi ne venga quasi esaltata e dunque la si racconti a tutti.

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